Dalla rassegna stampa Cinema

Gli articoli di CIAK di Gennaio 2006 dedicati al film e ai personaggi di Brokeback Mountain

L’altra faccia dell’Oscar – Amami e lasciami, cowboy; Passioni e trasgressioni tra Gyllenhaal e Heat Ledger nel film di Ang Lee – Gli assi di Jake; Marine in crisi e cowboy dalle passioni proibite: due ruoli di successo per Gyllenhaal

L’altra faccia dell’Oscar

Chi vincerà l’edizione 2005 degli Academy Awards? Sarà l’anno delle tematiche gay o degli approfondimenti politici? In attesa delle nomination ufficiali di fine gennaio ecco film attori e registi che si annunciano come i probabili candidati

di Sasha Carnevali

Annus mirabilis, il 2005, per la comunità gay: diritti fondamentali acquisiti in Spagna, Inghilterra e qualcuno degli Stati Uniti. Se ne vedranno i benefici anche agli Oscar: le nomination saranno annunciate il 31 gennaio, ma è già ovvio che il favorito in tutte le categorie maggiori è “I segreti di Brokeback mountain”; tra quelle per le migliori interpretazioni sono scontate le presenze di Philip Seymour Hoffman in Capote (che ripercorre il particolare rapporto tra lo scrittore-giornalista Truman Capote e il condannato a morte interpretato da Cliffton Collins Jr, prevedibilmente in gara come attore non protagonista) e quella di Felicity Huffman, uomo quasi-donna in Transamerica, mentre Cillian Murphy (come Hoffman e Huffman gia in corsa per un Golden Globe) incrocia le dita per il suo Kitten, gay irlandese nella Londra degli anni ’70 in Breakfast on Pluto di Neil Jordan.

C’è si il precedente di William Hurt en travesti vincitore per il bacio della “Donna ragno” nel 1985, ma come reagirà la vetusta Academy a questa “calata dei barbari”? Nonostante sia considerata un’istituzione conservatrice, il naturale ricambio genenazionale sta avendo i suoi effetti, e tra i membri ci sono moltissimi gay (anche se non ufficialmente) e donne: una buona fetta dei votanti sarebbe quindi incline a favorire anche solo per partito preso film che hanno per tema l’omosessualità.

A proposito di donne: anno magro per i ruoli femminili. La gara sarà essenzialmente tra la Huffman, amata in quanto casalinga disperata televisiva e moglie dello stimatissimo William H. Macy e la Charlize Theron di North Country, in cui si fondono titoli di ferro come Silkwood, Nonna Rae e Sotto accusa. Reese Witherspoon, molto convincente in Walk the Line e appoggiata dalla Fox, potrebbe riscuotere il dovuto per il suo peso sul box office americano. Per il resto nessuno si divora le unghie dall’ansia: Judi Dench in “Lady Henderson presenta” sarebbe una scelta molto tradizionale, così come Gwyneth Paltrow in “Proof”. Quanto a Keira Knightley, è più che efficace in Orgoglio e pregiudizio, ma è ancora molto giovane e Kate Winslet non vinse per “Ragione e sentimento” nel 1995 quando adattamento (da Jane Austeri) e performance erano nettamente superiori.

Sul fronte miglior film e regia gode di buone possibilità “Good Night, and Good Luck” di Clooney & co.: George è amato dai colleghi democratici e stimato dagli anziani che hanno vissuto il maccartismo. E poi è un attore trasformatosi in bravo regista: Eastwood, Cosmer, Gibson, Redford, Beatty docent. Dovrebbe vedersela comunque con nomi come Malick e Cronenberg, cui un Oscar “generale” sarebbe più che dovuto; e soprattutto con uno Spielberg impegnato e pacifista (combinazione già vincente per Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan). E’ vero però che l’assunto morale di Munich (gli agenti del Mossad non sarebbero poi così diversi dai terroristi palestinesi) ha sollevato lo sdegno degli ebrei più autorevoli del paese («Spielberg non è un amico di Israele»), mentre la critica americana, pur lodandone la confezione ha tacciato il film di superficialità. In ogni caso nessuno mette in dubbio la sua nomination. Nella conta rimangono i registi confortevoli Marshall e Mangold, ma se come sembra l’Academy quest’anno vorra premiare opere che hanno una certa personalità, i nomi su cui punteremmo sono Ang Lee e Clooney.

Difatti Walk the Line in quanto edificante biopic ha delle vere possibilità nelle categorie attoriali più che nelle altre (vedi l’esempio di Ray): il fatto che Phoenix (Johnny Cash) e Witherspoon (June Carter) cantino davvero li favorisce molto. Mentre il punto di forza del tanto atteso Memorie di una geisha è di essere I’unico film sontuoso della stagione, ovvero un classico per i premi più tecnici come montaggio, scenografia, costumi e trucco.


Amami e lasciami, cowboy
Passioni e trasgressioni tra Gyllenhaal e Heat Ledger nel film di Ang Lee. Dal libro di Anne Proulx

Prima di iniziare le riprese, Ang Lee è andato a conoscere il West. Innanzi tutto una visita nel Wyoming, a casa di Annie Proulx – autrice dei romanzo breve da cui il film è tratto, Gente del Wyoming, edito da Baldini Castoldi Dalai. Poi una settimana in giro per il Texas con lo sceneggiatore Larry McMurtry, che ha raccontato motto bene quel mondo (suoi i romazi all’origine di Hud il selvaggio e L’ultimo spettacolo). Un’esperienza formativa che Lee ha utilizzato al meglio non solo durante la produzione – 42 giorni, durata inconsueta per un film a basso budget (12,5 milioni di dollari), lavorando soprattutto su andatura, pronuncia e laconicità dei due protagonisti – ma aggiungendo, elemento assente nel romanzo, alcune sequenze che descrivono con surreale umorismo la famiglia texana della reginetta del rodeo Laureen (Anne Hathaway) di cui Jack (Jake Gyllenhaal) diventa l’infelice marito. Questo sottolineare l’immobilità storica e sociale dei West nell’arco dei trent’anni in cui la storia si sviluppa ha finito per rendere “I segreti di Brokeback Mountain” qualcosa di motto diverso e di motto più interessante di un semplice western gay. Non a caso, all’inizio, il progetto era solo una patata bollente che nessuno aveva veramente intenzione di realizzare: scritta nel 1997, poco dopo la pubblicazione della storia sul New Yorker, la sceneggiatura aveva interessato prima Gus Van Sant poi Joel Schumacher, ma nessun giovane attore voleva mettere a rischio la sua carriera con un ruolo gay. Lee è arrivato al momento giusto – i ruoli gay, da Capote a Mrs. Henderson Presents, da Rent a Breakfast on Pluto vanno alla grande – e soprattutto con lo spirito giusto: girare un piccolo film intimista dopo i kolossal La Tigre e il Dragone e Hulk. Il risultato è una specie di Romeo e Romeo dove poesia e melodramma s’intrecciano con una sensibilità che non rifiuta, ma trascende l’elemento gay. Lee certo non lo nasconde. Sul set ha sfruttato l’imbarazzo reale dei due protagonisti (Ledger, oltretutto, nel film tradisce e abbandona Michelle Williams, sua compagna di vita e madre di sua figlia Matilda Rose) e ha fatto ripetere ben tredici volte la scena erotica fra Gyllenhaal e Heath Ledger. Sullo schermo risulta forte ed esplicita, ma serve soprattutto a esprimere le caratteristiche esistenziali dei due personaggi: rudezza al limite della violenza, giocosità adolescenziale, impetuosità, ma anche incapacità di accettare il desiderio e automatico rifiuto dell’omosessualità. Ma si tratta, appunto, di un’unica scena – dopo il rapporto è giocato fra fuga, reticenza, gelosia e improvvisa tenerezza – perché l’interesse di Lee sta altrove: valorizzare il magnifico paesaggio, quasi un impossibile paradiso sentimentale, e usare al meglio la fisicità dei due perfetti protagonisti – l’ombrosità sempre più amara di Ledger, la solarità e l’ambiguità di Gyllenhaal – per raccontare un percorso intimo dal sesso all’amore, fra rimpianto – vedi lo splendido finale – e ostracismo sociale. Con uno stile romantico e sincero che ha già fatto vincere al film il Leone d’Oro e che lo mette in pole position nella corsa all’Oscar. S.L.

Usa, 2005 Regia Ang Lee Interpreti Heath Ledger, Jake
Gyllenhaal, Michelle Willams, Anne Hathaway, Randy
Quaid, Linda Cardellini Distribuzione Bim

Costretti a una dura convivenza fra le montagne del Wyoming, dove devono difendere un gregge dai coyote, i rudi giovani cowboy Ennis e Jack diventano amanti. Decisi a rimuovere [‘avventura omosessuale, entrambi riprendono la loro vita, si sposano e hanno figli, ma basterà un nuovo incontro per rivelare a entrambi che il [oro è vero amore. Così nell’arco di vent’anni continueranno a vivere la loro love story, che resterà però segreta e clandestina.


Gli assi di Jake

Marine in crisi e cowboy dalle passioni proibite: due ruoli di successo per Gyllenhaal

In “Jarhead”, contro la follia della guerra, il giovane attore americano in un personaggio di straordinario spessore umano. Nei Segreti dí Brokeback Mountain, Leone d’Oro a Venezia e favorito, a Oscar, in una parte provocatoriamente gay. Ecco cosa ha detto a Ciak
di Claudio Masenza

“The Guardian” ha scritto che sembra uscito dai Pixar Studios. Con la sua camminata un po’ goffa, il largo sorriso asimmetrico e gli occhi azzurri spalancati da gioiosa incredulità, Jake Gyllenhaal sembra veramente il personaggio tenero di un cartoon. E con un giovane passato – 25 anni compiuti il 19 dicembre – interamente segnato dal cinema: il padre Stephen è regista, la madre Naomi Foner, sceneggiatrice. Sua sorella Maggie, attrice, è legata all’attore Peter Sarsgaard. E lui da anni vive con discrezione l’amore per la ragazza di Spider-Man, Kirsten Dunst. Ed è stata lei la prima a baciarlo alla fine della proiezione alla Mostra di Venezia di “I segreti di Brokeback Mountain” di Ang Lee, premiato con il Leone d’Oro. «Il premio è stato per me una grande gioia ma non del tutto una sorpresa », ammette. «Lavorando con Lee senti che qualche riconoscimento al suo talento arriverà ». Oltre al cowboy innamorato di Heath Ledger, questo ragazzo dal cognome impronunciabile è stato alla Mostra di Venezia anche il matematico legato a Gwyneth Paltrow in Proof di John Madden. E ora, appena terminate le riprese di Zodiac di David Fincher, ispirato agli autentici delitti di un serial killer tuttora senza nome, affronta il giudizio del pubblico in un’altra ottima interpretazione, il marine di Jarhead. «Il mio personaggio affronta angoscia e paure uguali a quelle di tanti soldati in questo preciso momento », racconta. «Temevo di non riuscire a rendere giustizia a questa storia. Ne ho parlato con un amico che era stato in Iraq. A lui sembrava assurdo che il “cowboy gay” potesse fare un marine. Laggiù andava a dormire con il fucile sotto il cuscino e senza mai togliersi gli stivali. E io avrei interpretato un uomo come lui fra le comodità di un set cinematografico

Come si è sentito quando le hanno rasato il cranio?

All’inizio è stato scioccante. Devi rinunciare a qualsiasi vanità. Ma sono rimasto così per più di sei mesi e dopo un paio ho cominciato a dire al barbiere che c’era un punto qua o là dove il taglio non mi sembrava perfetto. La mia vanità stava scoprendo altre strade.

Nel rapporto con gli attori, Sam Mendes e Ang Lee sono diversi?

Un attore ha spesso troppi dubbi. Sam non ne ha affatto e quella sicurezza la infondeva anche a me. Non avevo mai provato tanta fiducia nel mio talento. Mi aveva convinto di essere l’attore giusto per quella parte e che non potevo sbagliare. Quando sbagliavo una scena, mi convinceva che era ottima mentre mi spingeva con tatto nella direzione giusta. Se avevo un’idea, lui l’ascoltava e a volte finiva nel film. Mi sentivo autorizzato ad avere delle opinioni. Le idee di Ang Lee sono solo sue. Si lavora molto bene, ma la collaborazione non è richiesta e a fine giornata ognuno per conto proprio. Con Sam c’è un dialogo continuo. Con Lee è come sposarsi e poi fare sesso solo una o due volte l’anno. Ma quando capita è incredibile.

Nella distanza che separa un cowboy gay da un marine dove sente di essere?

C’è molto di me in entrambi i ruoli e forse non sono così distanti. Non ho mai pensato: sto interpretando un gay. Mi è stata proposta una storia molto bella e quello che c’era dietro non mi fa paura. Ma il film di Lee è un’opera eccezionale nella sua interezza. Rispetto a Jarhead aveva meno bisogno degli attori. Inoltre nel mio marine c’è una rabbia che riconosco. Da più giovane ho sentito spesso il desiderio di dare pugni al muro e cercavo un ruolo che mi permettesse di usare queste emozioni e di esplorarle.

Avrebbe preferito che Jarhead avesse un’impronta maggiormente politica ?

Non credo che esistano film apolitici, anche se Jarhead è stato definito tale da qualcuno. Persino un film di evasione, che deliberatamente ignora ciò che succede oggi, rappresenta una scelta di natura politica. Non meno di un altro che vomita messaggi di denuncia. Jarhead affronta temi più inquietanti della politica e costringe lo spettatore a interrogarsi sulla propria natura. Come quando si scopre a tifare perché i due protagonisti uccidano un uomo che neanche sa di essere sotto tiro. Attraverso l’identificazione, capisci che per militari spinti fino a quel punto di tensione, è “normale” sentire il bisogno di uccidere, di scaricarsi. Questo è forse più interessante del chiedersi se la guerra è giusta o sbagliata.

Quale è stata la differenza fra la Guerra del Golfo e il Vietnam?

Sarebbe una domanda per il presidente Lyndon Johnson. I giorni del Vietnam io li ho conosciuti solo attraverso l’esperienza dei miei genitori ma in quella guerra erano tutti coinvolti, che la sostenessero o che vi si opponessero. Sino a quando fu evidente che era ora di andarsene da lì. Fu un grandissimo movimento culturale che influenzò profondamente le coscienze americane. Per la prima Guerra del Golfo questo tipo di partecipazione non c’è stata.

Adesso capisce meglio cosa significhì essere un militare oggi in Iraq?

No, non ho mai provato la paura di essere ucciso o di dover uccidere. E questo vuol dire che non so nulla.

da Ciak di Gennaio 2006

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