Dalla rassegna stampa Cinema

Pasolini in Europa: «Un vate» «No, un provinciale»

…Mattenklott, a sorpresa, dipinge una Germania assai più aperta: lì, nella ex duplice Germania, Pasolini ha avuto doppie porte aperte, per ironia della storia via Rdt è entrato come «autore borghese» convertito alla classe operaia, via Rft come un classico nelle librerie gay e come autore di …

PREMIO MONDELLO Tre studiosi, l’inglese Bailey, il francese Di Meo, il tedesco Mattenklott esaminano il lascito del PPP polemista. Ignoto in Gran Bretagna, di culto nella Germania della Grosse Koalition

Come Caravaggio. No, come George Orwell. No, piuttosto un erede di Habermas. Un anarchico. No, una parodia del vate, un corsaro di se stesso, uno che ambiva a essere un maître à penser e invece era un «maître à rien». Non cedono all’apologetico, Paul Bailey, Philippe Di Meo e Gert Mattenklott. In questo trentennale della morte di Pier Paolo Pasolini, che sta assumendo i toni di una celebrazione lunga un anno, è il Premio Mondello a chiedere a degli studiosi stranieri di illuminare con il loro sguardo – più obiettivo? – la figura di PPP. Occhio esterno si fa per dire, perché ciascuno dei tre studiosi, l’inglese, il francese e il tedesco, si è assunto nei decenni scorsi il compito di traghettarla, quella figura, nella propria cultura: Paul Bailey – scrittore di cui in Italia abbiamo letto il romanzo Sorrida cara e l’autobiografia An immaculate Mistake tradotta da Aldo Busi – realizzando in mortem una serie di interviste-documento per la Bbc; Philippe Di Meo cimentandosi con la traduzione dal friulano, per Gallimard, dell’ultimo libro pubblicato da Pasolini, la versione rivista delle poesie della Nuova gioventù; Gert Mattenklott, allievo del grande Peter Szondi, con saggi su Pasolini politico e cineasta.
E quello che potrebbe passare per l’«ennesimo» omaggio allo scrittore -regista-polemista, a trent’anni dall’assassinio all’Idroscalo, disincaglia un dibattito che nel nostro Paese sta trasformandosi in celebrazione: il nuovo culto del «pasolinismo di massa» come ha avuto a definirlo, con diffidenza, Enzo Siciliano. Ben vengano, gli studiosi di fuori, se aiutano a impedire che Pasolini diventi un nuovo Che Guevara da tee-shirt.
La trentunesima edizione del premio palermitano ha incoronato Magda Szabò (ma l’ottantottenne scrittrice ungherese, colta da ischemia, ha dovuto essere ricoverata nel policlinico locale), l’italiano Raffaele Nigro, l’esordiente Piercarlo Rizzi, il poeta Attilio Lolini e il traduttore Claudio Groff (riconoscimento, quest’ultimo, dedicato da quest’anno allo scomparso Agostino Lombardo che del Mondello fu tra i fondatori). Benché con qualche concessione – alla rosa s’è aggiunto un premio alla Comunicazione dato a Renzo Arbore e, confessiamo di averne capito ancor meno il perché, un premio del presidente a un Nobel di passaggio per la penisola, il fisico Arno Penzias, laureato a Stoccolma ventisette anni addietro per le sue scoperte sul Big Bang – il Mondello s’intestardisce a essere un appuntamento che vuol dire qualcosa. E il «qualcosa» quest’anno era su questo tema: Poesia e politica. Dopo Pasolini.
Tre sessioni che, in progress, contestualizzano il soggetto: un pomeriggio in cui Salvatore S. Nigro, Roberto Deidier e Luca Lenzini (quest’ultimo per missiva) collocano l’agire pasoliniano nel suo tempo, e in relazione con due interlocutori privilegiati, Calvino e Fortini, suoi antagonisti sul palcoscenico di un’Italia particolare tra gli anni Cinquanta e i Settanta, l’Italia legata al Pci; una mattina in cui cinque narratori quarantenni – Roberto Alajmo, Domenico Conoscenti, Giuseppe Montesano, Evelina Santangelo, Tiziano Scarpa – si addentrano nella melassa dell’attuale omologazione mediatica e cercano di capire se la provocazione di Pasolini e gli strumenti da lui usati per i suoi j’accuse oggi abbiano ancora efficacia; un secondo pomeriggio in cui l’ombra del corsaro Pasolini è proiettata oltre le Alpi: lì in Francia, in Gran Bretagna, in Germania, è noto, e per cosa? (i film, certo). Di lui poeta e polemista cosa si sa?
Se oggi sia possibile fare scandalo con gli stessi strumenti usati dal Pasolini corsaro, è presto archiviato: lui usava i media – il Corriere della Sera, la Rai – in una fase che ora appare a tutti totalmente arcaica. È morto all’alba della tv a colori e delle tv private, allora sovraesporsi, gridare, aveva un senso, oggi si sovraespongono tutti e anzichè esistere i media – osserva Montesano – siamo noi, i mediatizzati. Nel suo pre-vedere, viene da pensare, Pasolini è stato fortunato: ha usato in extremis, con possibilità di senso, proprio quei mezzi di comunicazione che avrebbero prodotto, dopo di lui, il diluvio. Bailey spiega una cosa nota: che in Gran Bretagna si traduce pochissimo. Che i nostri autori del secondo Novecento che il pubblico inglese colto apprezza sono solo Eco, Calvino e Primo Levi. E osserva, in più, che per capire Pasolini, nella sua opera di polemista, bisognerebbe saper decifrare la politica italiana tra gli anni Cinquanta e Settanta. Compresi quei nostri misteri che – ottima sottigliezza – «chiedono di saper non credere». Di Meo, da parte sua, lo boccia sia come «vate» che come critico profetico dei media: «È arrivato un pezzo dopo Guy Debord e Baudrillard» osserva, e chiarisce che la cultura francese ha cercato di assimilarlo come poteva, catalogandolo come intellettuale «engagé», alla stregua di Sartre o Camus.
Mattenklott, a sorpresa, dipinge una Germania assai più aperta: lì, nella ex duplice Germania, Pasolini ha avuto doppie porte aperte, per ironia della storia via Rdt è entrato come «autore borghese» convertito alla classe operaia, via Rft come un classico nelle librerie gay e come autore di culto nei cineclub; lì mostre e grandi retrospettive, tra Monaco e Francoforte, lo stanno in questo trentennale porgendo su un piatto d’argento al pubblico di destra come di sinistra, trasformandolo come da noi in autore del consenso, perfetto per la Germania della Grande Coalizione.
Ma poi torna in scena ciò che questo trentennale censura: il corpo di Pasolini. La sua verità proveniva «da un corpo e una psiche molto particolari» osserva Di Meo, «l’espressione “il diavolo in corpo” non era metaforica, era vera in lui» aggiunge Bailey. È dal corpo, e da quella morte, che bisognerebbe ripartire per evitare che Pasolini, santificato, finisca catalogato in un manuale delle eresie novecentesche?
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