Dalla rassegna stampa Cinema

Arrivano i fiori spezzati di Jim Jarmusch

…Jessica Lange fredda psicologa di animali, forse lesbica, che lo riceve tra la visita a un cane nevrotico e quella a un coniglio represso. . .

Nelle sale italiane dal 2 dicembre Broken flowers, film vincitore del gran premio della giuria al festival di Cannes. Protagonista Bill Murray, comico dalla faccia attonita rilanciato da Lost in translation di Sofia Coppola, al fianco di Sharon Stone e Jessica Lange. » Immagini

Jim Jarmusch, il regista americano un po’ cyborg per via dei buffi capelli bianchi a spazzola, torna con un film che fa ridere ma racconta anche l’amarezza di chi ha pensato solo a se stesso e scopre infine che l’egoismo non dà molta felicità. Broken flowers (fiori spezzati), da venerdì 2 dicembre sui nostri schermi, ha vinto nel maggio scorso il gran premio della giuria al festival di Cannes.
Curiosamente, come il suo amico Wim Wenders in Non bussare alla mia porta, anche Jarmusch, amatissimo per film come Ghost Dog, Coffee and cigarettes, e l’indimenticato Daunbailò con Roberto Benigni, ha messo in scena l’America, la crisi della mezza età, la ricerca della paternità. Il suo punto di forza, e a volte di debolezza, è il protagonista, il grande Bill Murray, comico dalla faccia attonita, che qui si chiama Don Johnston (quasi come Don Johnson di Miami Vice) ed è un play boy invecchiato, appena abbandonato dalla sua ultima ragazza. Murray, ex eroe del Saturday night live, ha avuto un grande rilancio grazie ai registi indipendenti. Prima con Sofia Coppola in Lost in translation, un film che, si può dire, gli ha cambiato faccia: «Sì è stata una svolta, anche se sapevo benissimo di avere quelle possibilità in me. Mi mancava l’occasione», dice. Poi con La vita acquatica di Wes Anderson, un altro dei giovani genii del cinema americano di qualità, e adesso i fiori spezzati.

«La mia carriera ha avuto questa fioritura adesso grazie al fatto che le sceneggiature sono molto migliori di quelle di una volta», dice Murray che nella vita privata forse è un play boy ma di certo è sposato con molti figli.
«Mi ricordo dialoghi terribili, era normale mettersi a riscrivere tutti i giorni. Jarmusch è fantastico, le sue sceneggiature non sono mai ridondanti. Ci sono cose che uno non deve per forza spiegare, il regista deve avere fiducia nel fatto che l’attore possa esprimerle anche senza parole», si accalora Murray, campione della mimica minimalista. I due si sono conosciuti una decina di anni fa «in un bar, lui era con Steve Buscemi, stavamo sfuggendo a un qualche terribile film d’autore». Poi per un po’ non si sono più incontrati. «Finché una sera l’ho visto a uno show tv in cui parlava di cinema, e, incredibile, diceva tutte le cose che pensavo anch’io».

Johnston, uomo che ha fatto i soldi con i computer, in preda a una discreta depressione, riceve una lettera rosa in cui una sua non specificata ex gli rivela che è padre di un ragazzo di 19 anni. «Voglio sapere? No, Winston, non voglio» dice catatonico più che mai al vicino (Jeffrey Wright) felicemente sposato. Ma poi cede. Il viaggio americano alla ricerca di tutte le sue ex (alcune a malapena si ricordano di lui, e lo trattano malino) è il cuore del film. Sono donne molto diverse tra loro, ogni incontro lascia immaginare che cosa avrebbe potuto essere la sua vita se ne avesse scelta una.
Ci sono Sharon Stone, vedova e madre di una figlia che si chiama Lolita e gira nuda intorno a casa, Tilda Swinton tardo hippy, Jessica Lange fredda psicologa di animali, forse lesbica, che lo riceve tra la visita a un cane nevrotico e quella a un coniglio represso. Alla fine non scoprirà chi è la madre del ragazzo. Ma il finale resta aperto. E lui forse sarà un uomo più consapevole. Forse, perché Jarmusch non ama le prediche.

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