Dalla rassegna stampa Cinema

Ancora a scuola da Pasolini un vero maestro

Cosa resta dello scrittore e cineasta, assassinato nel novembre ’75? L’anelito pedagogico e molto altro, secondo il critico che gli ha dedicato più volumi. Ma va sottratto all’«abuso di profeta»

A trent’anni dalla morte Intervista con Enzo Golino

Sottrarre Pier Paolo Pasolini all’«abuso di profeta» che si va estenuando, vieppiù in queste settimane del trentennale della sua morte violenta, e restituirlo alle umanissime contraddizioni e all’inesausta creatività. Solo così se ne può cogliere l’identità che in filigrana, fin dall’insegnamento negli anni friulani, mostra un anelito educativo, per molti versi gramsciano, mai disgiunto dall’autobiografia. È la rigorosa ipotesi analitica di un libro di Enzo Golino, Pasolini. Il sogno di una cosa. Pedagogia Eros Letteratura uscito vent’anni fa per i tipi del Mulino e ora riproposto dai Tascabili Bompiani con l’aggiunta di nuove pagine sull’incompleto romanzo postumo Petrolio. Golino, napoletano, giornalista culturale di lungo corso (è stato vicedirettore dell’«Espresso»), critico militante e raffinato saggista, ha anche dedicato un volume al «mito Pasolini dentro la realtà», raccogliendo le tracce di una presenza che nell’inflazione di citazioni e del «feticcio» pasoliniano segnala un’incompiuta elaborazione del lutto per la sua assenza (Tra lucciole e Palazzo, Sellerio ed., 1995). Golino parlerà del «suo» Pasolini questa sera a Sannicandro di Bari, ospite del locale Presidio del Libro. Lo abbiamo intervistato.
Lei parla nel suo saggio di una «nevrosi didattica» di Pier Paolo Pasolini, della sua opera come di un multiplo «romanzo di formazione». In che cosa consiste la pedagogia dell’autore? «Pasolini è stato sempre molto attento ai processi formativi. Non voglio stabilire un meccanico rapporto di causa ed effetto, ma non dimentichiamo che era figlio di un militare di carriera e di una insegnante, due professioni largamente implicate in un rapporto pedagogico verso i giovani. Del resto Pasolini ha parlato anche della propria formazione ricordando la scuola, l’università, i maestri da lui frequentati. Lui stesso è stato uomo di scuola fin dalla giovane età e più tardi a Roma. Tracce consistenti di questa attività educativa si trovano nella sua opera, in chiave apertamente autobiografica o trasferite in personaggi (genitori, insegnanti, parroci, funzionari di partito) attinenti all’esperienza pedagogica. Quel “romanzo di formazione” cui accenno, il lettore potrà costruirselo da solo se mette in fila tutte le pagine – che nel mio libro ho capillarmente individuato nella sua opera – dove la pedagogia viene rappresentata non solo in chiave metaforica ma in forma diretta».
Ci fa un esempio? «Penso, tra i tanti luoghi, al racconto Mignotta, pubblicato in Alì dagli occhi azzurri, nel quale Pasolini racconta in modo sobrio e commovente il passaggio dall’analfabetismo all’alfabetismo di una giovane donna del Sud arrivata a Roma, dove si sposa e abita in una poverissima borgata». Eppure Pasolini arrivò a invocare l’abolizione della scuola dell’obbligo. È una provocazione che oggi avrebbe un senso? «La polemica sulla scuola dell’obbligo è tipica delle contraddizioni che Pasolini coltivava sia nella sfera caratteriale di certa sua ingenuità sia come calcolato fattore dirompente della sua dialettica. Come nei suoi attacchi alla televisione, strumento di comunicazione per eccellenza al quale però non si sottraeva: lo dimostrano i programmi ai quali partecipava. Quanto alla validità di quel che lui diceva sulla scuola dell’obbligo, è impossibile commisurare la situazione di allora a quella di oggi. Ben prima di questa veemente polemica, negli anni delle sue “scuolette” friulane ricordate con passione da Andrea Zanzotto, poeta, insegnante, amico di Pasolini, un preside di quella regione, Natale De Zotti, da cui il giovane professore dipendeva, definì Pasolini “maestro mirabile”, e così sempre lo ricordava anche quando era difficile usare quel giudizio perché, pure in tribunale, era esplosa la questione della sua omosessualità».
Oggi PPP farebbe ancora scandalo? Oppure le sue posizioni «corsare» sarebbero inglobate dal chiacchiericcio di quella tivù che egli indicò come fattore potente di omologazione e che ormai metabolizza qualsiasi «scandalo»? D’altronde, Pasolini viene regolarmente citato a sproposito nei programmi del piccolo schermo, chessò da Patti Smith, la quale, ospite di Celentano, ha dato l’impressione di conoscerne sì e no il nome. «Né lei né io abbiamo facoltà divinatorie, quindi è difficile immaginare se oggi le posizioni di Pasolini avrebbero ancora fatto scandalo. La sua pedagogia da educativa si era trasformata – anche in modo violento – in rieducativa nei confronti di istituzioni come la Scuola, la Famiglia, lo Stato, la Chiesa, il Pci. Oggi forse l’avrebbe applicata a realtà dove il suo interventismo corsaro avrebbe avuto modo di incidere senza farsi invischiare nel chiacchiericcio mediatico. Al di là di ogni ipotesi, oggi stiamo assistendo a una ripresa polemica contro l’aborto nel quadro di una forte discussione sulla bioetica. Qualcuno ricorderà che Pasolini fu molto critico sull’aborto scontrandosi con un fronte abortista diffuso».
Giova alla comprensione di Pasolini l’enfasi anche linguistica con cui lo si elegge a «profeta»? Penso a certe rievocazioni ampollose e agli elogi degli avversari d’un tempo, di destra come di sinistra o del campo cattolico. Tutto ciò non va a discapito della sua sobrietà stilistica e della razionalità dell’«illuminista carnale» di cui disse Asor Rosa? «Il profeta è colui che, parlando per ispirazione divina, predice o prevede gli avvenimenti futuri, colui che prevede o pretende di rivelare il futuro. I filosofi della Scuola di Francoforte sono stati profeti descrivendo formazione e traiettorie della società di massa? Non vorrei ripetermi, ma sono proprio le contraddizioni di Pasolini, arma principale del suo pensiero critico, della sua dialettica negativa, a suscitare opinioni e agnizioni da settori diversi della società, della politica, dell’intellighenzia. Ogni giudizio trova prova e controprova nel suo opposto».
Cinema, poesia, saggistica, letteratura, giornalismo, ideologia. Considerando i testi, più che il «personaggio», cosa resterà di PPP? «Credo che in ogni settore della sua estesa produzione, Pasolini abbia lasciato qualcosa di meritevole. I dieci Meridiani editi da Mondadori con la direzione di Walter Siti, offrono la possibilità di avere un orizzonte vasto. Se proprio volessimo offrire qualche indicazione, sicuramente le poesie in dialetto friulano, pagine dalle Ceneri di Gramsci e anche dagli ormai vituperati Ragazzi di vita e Una vita violenta, per non dire di certe scene di Petrolio da leggere in controluce e contrappunto al film Salò o le 120 giornate di Sodoma, anch’esso di forte valenza testamentaria. Né possono mancare all’appello del futuro alcuni interventi del “corsaro”, del “luterano”, e ancora tre film: Accattone, Mamma Roma, Il Vangelo secondo Matteo». Lei, nel suo libro «Tra lucciole e Palazzo», intravide una «convergenza parallela» sotto il segno del Tragico tra Pasolini e Aldo Moro.
La considera ancora valida? E non è forse la rimozione del Tragico il vero tradimento che l’Italia post-pasoliniana e post-morotea ha perpetrato verso il suo passato? «Pasolini e Moro, ovviamente per motivi assai diversi, sono stati negli anni Settanta due capri espiatori della società e della politica italiane. Quel che lei dice della rimozione del Tragico è vero, e – per altre ragioni – nemmeno Tangentopoli è riuscita a far sentire fino in fondo quella rimozione. Né l’attuale ondata revisionistica può supplire a una reale consapevolezza della dimensione tragica che in quest’ultimo decennio ha assunto piuttosto, e purtroppo assai spesso, l’abito mentale di una demagogia da commedianti televisivi». Oscar Iarussi

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