Dalla rassegna stampa Cinema

Quando il poeta è innocente ma porta anche la croce del diverso

MOLITERNO Inaugurata una mostra su Pierpaolo Pasolini. Aperta fino al 4 dicembre

È stata inaugurata a Moliterno una mostra su «Pier Paolo Pasolini: innocente e diverso», organizzata dai Ds e dall’associazione culturale Thomas Sankara. È un omaggio al poeta, scrittore, regista nel trentennale della morte. La mostra, che rimarrà aperta fino al 4 dicembre, è stata curata dal cinecritico Mimmo Mastrangelo che ci ha inviato un suo intervento. Riceviamo e pubblichiamo. MIMMO MASTRANGELO Pier Paolo Pasolini: innocente e diverso. Il titolo della mostra è un voluto rovesciamento dell’epilogo di un breve componimento (…per redimerci Cristo/ non è stato innocente ma diverso) del poeta friulano (ma nacque a Bologna nel 1922) che fu innocente per non essersi macchiato di alcun peccato se non quello, «scandaloso», di infilzare la punta della sua penna dentro le eresie del potere. E diverso lo fu non tanto per la sua omosessualità, vissuta in alcuni momenti come tormento, ma in quanto inventore di un linguaggio che andava contro persino alle sue stesse regole, testimone che rifiutò di accettare quei dogmi che incidevano sull’omologazione della coscienza italica. Pasolini innocente e diverso per il suo sguardo ingombrante alla lettura della realtà, dei suoi fenomeni, degli avvenimenti, dei caratteri che segnarono un ventennio (cinquanta-settanta). Il poeta-scrittore-regista visse sotto l’ascendenza di una purezza etica e di una «difformità politica-civile» per la quale non si commette un azzardo se oggi lo riconosciamo profeta non nel senso biblico del termine di predire e annunciare il futuro, ma nell’accezione di saper vedere quello che gli altri non vedono, affermare ciò che altri non vogliono ascoltare. L’innocenza e la diversità in Pasolini sono stati, dunque, sinonimi di profezia, cioè di un pensiero forte, di atti e parole libere che non possono essere contrabbandate, della sfida di un grido crudele che vuole dare un senso al vivere… La mostra ci restituisce «fragments» del Pasolini corsaro e scandaloso che non è mai morto, si è solo disperso e che come un atomo epicureo continuerà ad influenzare le nostre coscienze con le sue cadute libere. In particolare il percorso espositivo, che si presenta multimediale nell’allestimento (i versi comunicano con le pagine ingiallite dei giornali, la fotografia con le immagini di film e documentari…), è la superficie di un ritratto dove esplode il furore espressivo del corpo, della fisicità pasoliniana. È la conduzione verso un volto che può essere percepito – volendo citare le parole di Julien Green – come il «riepilogo di uno splendido romanzo», la mappatura di una storia personale, l’idioma di uno scomodo e non addomesticabile pensiero. Soffermare lo sguardo sui solchi rugosi della maschera pasoliniana è lasciarsi invadere da quella timidezza e malinconia di temperamento che solo attraverso l’uso della penna si trasformava in veemenza intellettuale utile a fustigare i «fantasmi diabolici del potere e del palazzo». Pier Paolo Pasolini fu ammazzato in una notte di novembre di trent’anni fa, sulla sua scomparsa rimangono ancora tante ombre, ma si sapeva che la sua vita veniva messa in pericolo tutte le notti. Rischiava la morte Pasolini per essere fino in fondo un intellettuale realmente diverso, per farsi riconosce innocente una volta uscito (definitivamente) di scena.

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