Dalla rassegna stampa Cinema

«Il mio western sulla crisi della famiglia»

… Quando la bambina chiede a Redford e Freeman se sono gay sembra una strizzata d’occhio a «Brokeback Mountain». È così? «No, non bisogna dimenticare che il film io l’ho girato molto prima di quello di Ang Lee, anche quella tra il ranchero e il fattore ha tutte le caratteristiche di una …

Roma. Einer Gylkison (Robert Redford) è un cowboy del Wyoming che vive un’esistenza ritirata nel proprio ranch, accompagnato solo dal suo braccio destro Mitch Bradley (Morgan Freeman), inseparabile amico da oltre quarant’anni. Dopo la morte di suo figlio, Einer si è chiuso in un rancore sordo verso il mondo che lo circonda e che esplode quando approda al ranch la nuora Jean (Jennifer Lopez), accompagnata dalla figlia Griff (Becca Garner). Jean è in fuga dal suo nuovo compagno, un violento che la picchia in modo sistematico, ma Einer considera la donna responsabile per la morte del figlio e le rifiuta ogni compassione e aiuto. È questa la struttura di base di «Il vento del perdono», film che Lasse Hallström («Chocolat», «Le regole della casa del sidro») ha realizzato ormai tre anni orsono su una sceneggiatura di Mark e Virginia Spragg, ma che è arrivato solo ora nelle nostre sale. Hallström, lei è svedese e nel film ci sono alcuni archetipi del western classico, come la rissa da saloon, sia pure traslati nel mondo contemporaneo. Voleva giocare con il genere? «Da un certo punto di vista si può dire che il mondo dei cowboy è per me ignoto, dall’altro però, quando siamo andati a girare in quei grandi spazi, isolati dal mondo e senza alcuna distrazione, mi sembrava di essere tornato a casa. E, poi, Einer ha un nome svedese, ha certe chiusure mentali e certa ostilità verso il mondo esterno che mi sono familiari. Comunque, era inevitabile rievocare il mondo del West: un uomo che ha vissuto in un ranch per tutta la vita è in una situazione senza tempo. Un saloon, o un bar contemporaneo, per lui sono la stessa cosa. Se deve menare le mani lo fa, senza tutti i problemi che si farebbe un uomo civilizzato». Vuol dire che l’ottusità iniziale del personaggio interpretato da Redford è una sorta di manifesto dell’arretratezza culturale dell’America rurale? «Redford interpreta un uomo la cui vita sta giungendo al termine, ma lui è bloccato, perché il trauma della perdita del figlio, così come il trauma dell’aggressione subita da Mitch da parte di un orso Grizzly, lo hanno paralizzato nell’odio e nel rancore. È questo suo atteggiamento chiuso che rende il film senza tempo». Comunque, nel film c’è anche uno dei temi tipici della sua cinematografia, quello della famiglia che va a rotoli. Perché ama tanto narrare simili problemi? «Quello che mi attraeva del film era il fatto che permettesse un’indagine psicologica sui personaggi. Troppo spesso Hollywood sforna sceneggiature in cui tutto accade unicamente per sviluppare un intricato intreccio narrativo. Qui no, a rigore non succede quasi nulla, il che mi piace moltissimo. Solo in un secondo tempo mi sono reso conto che anche qui si parlava di una famiglia con problemi: sono attratto dalla realtà… di famiglie che funzionino non ne esistono, e se anche esistessero che cosa racconterei, poi?». Il cast è importante, eppure lei ha evitato di indugiare sui volti degli attori, preferendo riprenderli in penombra, da lontano. Perché? «Redford, Freeman, Lopez e anche la bambina, sono eccezionali, il sogno di ogni regista, ma a me premeva centrare l’attenzione del pubblico sull’ambientazione e la storia, non su di loro. In un film come “Buon compleanno Mr. Grape” potevo indugiare su DiCaprio e Depp, perché c’era un dramma da narrare, qui temevo che con riprese simili sarei scaduto nel melodramma e ho preferito tenere la cinepresa un passo indietro, proprio per accentuare la distanza psicologica dei protagonisti». Quando la bambina chiede a Redford e Freeman se sono gay sembra una strizzata d’occhio a «Brokeback Mountain». È così? «No, non bisogna dimenticare che il film io l’ho girato molto prima di quello di Ang Lee, anche quella tra il ranchero e il fattore ha tutte le caratteristiche di una storia d’amore. Il film mi affascinava anche per questo. Del resto il ruolo di Freeman, quella solidarietà/amicizia tra anziani, potrebbe sembrare mutuata dal suo rapporto con Eastwood in “Million Dollar Baby”, ma anche quel film è stato girato dopo il mio». Il fatto che il film sia stato realizzato tempo fa vuol dire che ha già pronte altre pellicole? «A Natale uscirà negli Stati Uniti il mio “Casanova”, una visione leggera e giovanile delle avventure sentimentali del famoso seduttore italiano. Adesso, invece, ho appena cominciato il montaggio di “The Hoax”, in cui Richard Gere interpreta Clifford Irving, autore di una biografia falsa sul milionario Howard Hughes, pubblicata nei primi anni ’70».

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