Dalla rassegna stampa Cinema

Pasolini, una fine annunciata dalle sue difficili scelte di vita

Dopo trent’anni la morte dello scrittore è enfatizzata a danno dell’opera letteraria

Anche in questo trentesimo della morte, Pier Paolo Pasolini, rischia ancora. E forte. Mentre escono, dopo i monumentali dieci tomi dei Meridiani, monografie accurate (Antonio Tricomi, “Sull’opera mancata di Pasolini”, Carocci ed.), non ci si stanca di enfatizzare il significato di quella morte.
Addirittura Giuseppe Zigaina, l’amico friulano dello scrittore, colui che gli presentò Maria Callas, nel suo “Pasolini e la morte” (Marsilio) insiste sulla sua fine come “espressione suprema e trasgressione del suo linguaggio”. Una morte non solo annunciata attraverso enigmi, metafore, indizi sacrali, ricorsi numerologici (“tutti i protagonisti delle sue opere o dei suoi film muoiono di morte violenta e di domenica, come lui”), di più: una morte che concluderebbe un processo rituale e sacrificale in quella zona di Ostia dove i sacrifici umani si svolgevano già duemila anni prima di Cristo.
No. Procedendo di questo passo si trasforma P.P.P. in una sorta di Padre Pio della sinistra, o di una parte di essa trasformata in conventicola di iniziati al culto. E oltretutto lo si consegna bell’e confezionato alla destra più sciatta che, incapace in tutti questi anni di recuperare per sé alcuni messaggi (il discorso delle lucciole è leggibile anche da una destra colta e non accecata dalla pregiudiziale omosessuale), torna a massacrarlo puntualmente sui suoi fogli ufficiali.
Neppure la difesa d’ufficio, a scadenza fissa, di Enzo Siciliano, che invita a non scambiare “la parabola terminale di un destino con quella che è la sua verità più intima e profonda”, pare persuasiva. Senza ricorrere a troppe cabale e coincidenze, che la morte di Pasolini sia legata invece alla sua vita, o meglio alla sua scelta esistenziale e poetica, è lampante. Ogni sua riga, ogni suo verso, ogni metro delle sue pellicole è”giustificato” da un atteggiamento, una pronuncia, un atto globale, dove pubblico e privato si fondono, che pretendono e ottengono, quando l’ottengono, l’aura del Poeta e conferiscono alla sua parola, come disse Franco Fortini, uno statuto d’incontestabilità. Un tratto che lo avvicina, con le debite differenze, a D’Annunzio.
“Povero come un gatto del Colosseo”, certo, povero arrivò a Roma e povero visse con quella povera Roma e povera Italia che seppe descrivere in stile, metro e toni straordinari, inediti, non solo provocatori. Ma ricco, un ricco borghese affermato e famoso, pieno di ansie e turbamenti fino alla disperazione, era nel momento in cui andò, con l’Alfa 2000, incontro al destino che sera dopo sera ricercava. Forse per cavare il meglio da ciò che una vita d’artista così abnorme e differente seppe offrire, varrebbe la pena di ritornare a quegli anni cruciali della storia italiana, 1956 e dintorni, quando uscì una delle sue opere fondamentali se non la più alta, “Le ceneri di Gramsci” in terzine dantesche. Fu proprio il P.C.I. e i suoi sacerdoti culturali a snobbare il poemetto.
Chi, invece, ne prese la difesa, con passione, fu uno scrittore che troppo spesso la critica ha opposto a Pasolini con vari pretesti. Sotto il titolo “La poesia e il dialetto”, il foglio letterario comunista “Il Contemporaneo” del 30 giugno 1956 pubblicava due lettere affiancate, una di Calvino,l’altra di Pasolini. È Calvino a lanciare la battaglia: “Cari direttori, mesi or sono avveniva uno dei più importanti fatti della letteratura italiana del dopoguerra e certo il più importante nel campo della poesia: la pubblicazione della lirica di Pasolini “Le ceneri di Gramsci”.E’ la prima volta, da chissà quanti anni, che in un vasto componimento poetico viene espresso con una straordinaria riuscita nell’invenzione e nell’impiego dei mezzi formali, un conflitto di idee. “Il Contemporaneo” non ne ha fatto parola”.
E proseguiva: “personalmente io sono in decisa polemica con la concezione espressa in questa poesia (riconducibile in fondo a un contrasto fra rigorismo rivoluzionario e panico amore della vita, contrasto che non esiste né deve esistere) e ho avuto a questo proposito con Pasolini una discussione epistolare”.
Le lettere in questione ora sono leggibili nell’epistolario pasoliniano (a cura di Nico Nardini, per Einaudi): “Caro Pasolini, Ceneri di Gramsci. Bravura tecnica da sbalordire. Poi tutta concatenata di pensiero come I Sepolcri. Così si scrivono le poesie! E quel senso di Gramsci che finisce seppellito a Roma -come mi diceva l’altro giorno Sergio Solmi- come l’abitante di un altro pianeta, è bellissimo. Solo che tu tieni per Roma, in fondo; e io per Gramsci. E’ poi molto bello tutto ciò che è paesaggio.
Ma il tema vero e proprio del componimento, mi pare debole e non nuovo: il dissidio rivoluzione-passioni. Però la poesia è lo stesso bella e piena di cose. Ma su questi aggettivi, “vizioso”, “lurido”, non ci batti un po’ troppo, o trovi altri giri o finisci nella maniera”. C’è tutto, o quasi tutto. Verrà poi il Pasolini critico sensibilissimo di “Passione e ideologia”, verranno altri versi, spesso orribili, verrà il Pasolini corsaro e luterano, savonaroliano e profetico con cui i conti di questa Italia non sono ancora chiusi; il che ne rivela l’arretratezza. Ma il compito è qui, nel rileggere e distinguere. Non in una scadenza mortuaria, scambiata per un evento.

GIORGIO BERTONE
07/11/2005

Si può a poco più di quarant’anni guidare una delle rare vere multinazionali italiane e al tempo stesso cimentarsi nella narrativa, sino a pubblicare tre romanzi? Per Giovanni Ferrero, da 8 anni amministratore delegato insieme al fratello Pietro del gruppo Ferrero, evidentemente sì. E nonostante l’attività al vertice dell’azienda di famiglia lo assorba praticamente a tempo pieno. La Ferrero, del resto, non ammette distrazioni: 18 mila dipendenti, 4,8 miliardi di euro di ricavi, una presenza in 35 Paesi, dalla Germania all’Australia, dalla Polonia all’Argentina, presto negli Stati Uniti con un nuovo stabilimento. Cifre che raccontano la straordinaria avventura imprenditoriale di una famiglia “strategicamente” guidata ancora dall’artefice della fortuna: l’ottantenne Michele Ferrero che da Bruxelles si occupa del prodotto, cioccolato e merendine, la sua vera, grande passione. Il patron originario di Alba ha “firmato” prodotti e marchi che sono entrati nelle case di tutti gli italiani: Nutella, Kinder, Rocher, Mon Chéri.
«Le sfide che il nostro gruppo deve affrontare – spiega Giovannni Ferrero – sono tante e tutte impegnative. Ecco perché il mio interesse per la scrittura resta sostanzialmente un hobby, per quanto lo faccia con passione. È una nicchia di tempo libero che rosicchio qui e là, in modo assolutamente complementare al mio ruolo professionale. E’ un momento privilegiato di riflessione, uno spazio personale e intimistico che mi consente, al di fuori dello scenario industriale cui sono abituato, di meditare sulle cose della vita, sulle tematiche a me più care».
Nel suo ultimo romanzo (Il Camaleonte, Mondadori, 200 pagine, 17 euro) come nei due lavori che lo hanno preceduto, Ferrero riesce comunque a creare dei “rimandi” al mondo reale in cui si trova a operare. Quasi sottintendendo la ricerca di un modello di sviluppo sostenibile e più umano. «Il mondo degli affari – spiega Ferrero – è un mondo duro, difficile, ed è proprio per questo che evocare valori umani per me è importante. Essi non vanno trascurati, non vanno dimenticati, ma piuttosto salvaguardati, salvati da una “disumanizzazione” che spoglia le persone della propria identità per farne semplici ingranaggi di un meccanismo più grande. D’altra parte, questo è lo spirito che da sempre ha animato la mia famiglia che costantemente si adopera affinché all’interno di Ferrero ogni collaboratore, dal primo all’ultimo, si senta valorizzato nel proprio ruolo e partecipe in prima persona del successo dell’impresa. Non solo con la propria competenza professionale, ma anche con la propria umanità».
Ecco quindi che nel “Camaleonte” troviamo Jacques Tarrou: un uomo che ha dedicato tutta la sua vita al lavoro nell’impresa ereditata dal padre, la Ponts & Digues. Ha realizzato opere di ingegneria in tutto il pianeta, e il suo nome è conosciuto e stimato nel mondo degli affari. È un uomo di potere che inizia a porsi il problema della sua successione all’interno dell’azienda. Si sente ormai vecchio e stanco, e ripone tutte le sue speranze e ambizioni sull’unica, bellissima figlia: Françoise.
E’ lui “Il Camaleonte”: «Tarrou adorava questi animali perché, nel profondo, sentiva di far parte della loro stessa famiglia, di essere uno di loro. (…) Anch’egli viveva mimetizzato in mezzo agli altri esseri umani. Li incontrava, parlava con loro, stringeva loro la mano, faceva affari con loro – molti buoni, alcuni cattivi – sembrando, nel far questo, in tutto e per tutto simile alle altre persone. Invece era diverso. Molto diverso».
Tarrou, però, oltre che essere un cinico uomo d’affari, è anche un padre che guarda al futuro. Ma sua figlia Françoise è giovane, ha da poco iniziato a lavorare, ed è alla ricerca di un equilibrio che la pone in conflitto con il padre. Quando conosce Kinta, un africano che ha trovato rifugio a Parigi, dopo che il cedimento di una diga mal costruita ha distrutto il suo villaggio sulle rive dello Zambesi, Françoise comincia a misurarsi con culture, espressioni artistiche, un sentimento del mondo e della natura che le sono completamente sconosciuti. E nel contatto con l'”altro”, nella conoscenza di Roland, amico di Kinta, che ha dedicato la vita all’Africa, capisce di essere giunta a un bivio: da un lato le aspettative che il padre nutre nei suoi confronti, dall’altro la sua vita.
Ma anche Jacques si troverà di fronte a un bivio che mai avrebbe creduto possibile: il ripensare se stesso, la sua vita, la sua etica lavorativa in modo radicale.
Con Il camaleonte Giovanni Ferrero torna a misurarsi con i temi che gli sono cari: il conflitto tra le generazioni, il cieco egoismo con cui gli abitanti del Nord del pianeta sono pronti – in nome del profitto – a calpestare popolazioni e culture a loro estranee, la ricerca di un modello di sviluppo sostenibile. Perché la logica della contrapposizione violenta, che è apparentemente “vincente” per il ricco Nord, può rivelarsi un boomerang estremamente pericoloso.

07/11/2005

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