Dalla rassegna stampa Cinema

Ribrezzo e sarcasmi intorno a Pasolini

A PROPOSITO DELLE DUE PAGINE DEDICATE AL POETA DAL “SECOLO D´ITALIA”

In queste giornate d´anniversario lasciatemi esprimere il timore che l´enfatizzazione mediatica vada prevaricando sull´aspetto sostanziale della presenza di Pier Paolo Pasolini nella nostra cultura. A Campo de´ Fiori, il giorno del funerale ebbe ragione Moravia a dire, con la forza straziata del dolore, che «era stato ucciso un poeta» e che «di poeti ne nascono pochi in un secolo». Di fronte a quel delitto barbaro il laico Moravia seppe pronunciare le uniche parole che anche cristianamente si potessero pronunciare. Era il suo modo per dire “Riposa in pace”, sottolineando con tutto il dolore possibile che il poeta non andava dimenticato, che anzi proprio in lui la nostra memoria si dovesse principalmente appuntare.
La controversia sulla poesia di Pasolini è tutt´altro che chiusa. La solitudine dello scrittore de Le ceneri di Gramsci si è fatta forse più cruda, divorata dalle infinite occasioni che la storia italiana ha offerto e offre all´antropologo degli Scritti corsari perché se ne sottolineino in controluce le profezie abbuiando il resto. Questo modo di leggere Pasolini, nel corso degli anni, ha prodotto più di una distorsione. Le “lucciole” e il “Palazzo” sono diventate metafore di facile uso, che è proprio l´uso cui Pasolini avrebbe negato cittadinanza.
Ci si dimentica che a quelle metafore lo scrittore è arrivato perché si è fatto cosciente del valore conoscitivo della propria diversità. Lo disse in una intervista del 1958: “La mia poesia è diversa da quella del ´900; sostituisce il logico all´analogico, il problema alla grazia». Era questa non solo una dichiarazione di poetica ma la presa di coscienza di una lontananza dal corpo sociale cui chi la pronunciava naturalmente apparteneva. Diverso in tutto, inaccettabile per scelte sessuali, ma capace di una conoscenza di quel mondo che lo estraniava come pochi altri hanno avuto, Pasolini scriveva: «Ed ecco qui me stesso… povero, vestito dei panni che i poveri adocchiano in vetrine / dal rozzo splendore, e che ha smarrito / la sporcizia delle più perdute strade, / delle panche dei tram, da cui stranito / è il mio giorno…».
Il piglio da confessione disinibita di questa poesia provocava ribrezzo e sarcasmi ai palati fini del mondo delle lettere: tuttora li provoca. E a reagire negativamente erano allora, come lo sono tuttora, anche i postfascisti (come testimoniano le due pagine dedicate ieri al poeta dal Secolo d´Italia). Le cristallizzazioni del regime avevano messo al buio l´Italia degli emarginati. La sua parola di poeta voleva riscattarli per la stessa esperienza della periferia romana che aveva fatto ai primi anni Cinquanta, povero fra i poveri.
Pochi scrittori hanno amato la storia italiana come Pasolini, amandola nella lingua, nei corpi dei cittadini, nell´arte, nel paesaggio. Di là avrebbero preso il volo le sue profezie. Non scambiamo la parabola terminale di un destino con quella che è la sua verità più intima e profonda.

[Nella foto la pagina pubblicitaria sul quotidiano del libro “Una vita violenta”, che inseriamo per la bella titolazione]

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