Dalla rassegna stampa Cinema

Pasolini. Chi era costui?

Scrittore e regista, marxista ed eretico. Cantore delle periferie e profeta del pensiero unico. Le sue opere occupano una decina di volumi e su di lui si continua a discutere e a litigare. Perché, dietro di sé, ha lasciato un gran vuoto.

A fianco le cifre del sondaggio: chi e come si ricorda di PPP
«Avete facce di figli di papà/ Vi odio come odio i vostri papà/ Buona razza non mente/ Avete lo stesso occhio cattivo/ (…) Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte/ coi poliziotti, / io simpatizzavo coi poliziotti».
Chissà se conoscono questi versi scritti a caldo nel fatidico Sessantotto, così eretici e profetici sul destino dei loro padri, i ragazzi che considerano tuttora Pier Paolo Pasolini «un punto di riferimento importante del Novecento italiano».

E chissà che cosa, oggi, penserebbe di loro il polemista corsaro, il critico «luterano» della società dei consumi. Di sicuro, con quella vocetta un po’ gracchiante che si ode fuori campo nel suo film Uccellacci e uccellini (dove c’è un Totò straordinario), l’intellettuale che odiava la televisione e rimpiangeva la scomparsa della civiltà contadina staffilerebbe da par suo l’Italia dei telefonini e dell’Isola dei famosi. Se la prenderebbe con l’omologazione della società e della politica, che rende antropologicamente indistinguibile la sinistra prodiana dalla destra berlusconiana.

Ma Pasolini, il «famoso omosessuale» (così lo definisce l’1,5 per cento delle risposte al sondaggio), non sarebbe tenero neppure con i pacs e i matrimoni gay. Come ha osservato Marco Belpoliti, questo straordinario bastian contrario li riterrebbe «uno scimmiottamento dei matrimoni eterosessuali, un’altra espressione di quella morale piccolo-borghese» da lui aborrita, che il modello televisivo ha reinventato in versione «glamour».
Il fatto è che Pasolini ci manca. Trenta anni fa, la notte del 2 novembre 1975, nella squallida cornice dell’idroscalo di Ostia, lo scrittore veniva assassinato da uno di quei «ragazzi di vita» che erano stati la sua passione e il suo tormento.

Su questa fine orribile sono stati versati fiumi d’ inchiostro, che l’ approssimarsi del trentennale ha rinfocolato. In un saggio pubblicato da Effigie, L’eresia di Pasolini, il poeta Gianni D’ Elia ha esplicitamente battuto la pista politica, legando la morte dello scrittore ai materiali scottanti sul caso Mattei (e sul ruolo inquietante in esso svolto da Eugenio Cefis) utilizzati dallo scrittore in Petrolio, il romanzo-zibaldone incompiuto e postumo che descrive l’intreccio tra servizi segreti, industria pubblica e mafia. Pasolini, dunque, sapeva troppo e il suo sarebbe stato un assassinio politico.

La tesi di Cefis mandante dell’uccisione di Pasolini, benché rafforzata dalle ipotesi «complottistiche» dell’amico regista Sergio Citti, scomparso nei giorni scorsi, e dalla testimonianza dello stesso assassino Pino Pelosi, che ha sempre sostenuto di non essere stato solo la sera del delitto, viene liquidata con un’agra risata da Nico Naldini, cugino dello scrittore e fresco autore presso Cargo di Come non ci si difende dai ricordi, dove alle memorie personali si intrecciano i pensieri trascritti dal diario di Pasolini.

Ma, vero o no, il complotto del potere contro il profeta disarmato che lo combatteva ha il valore d’una parabola esemplare. La fine dell’autore che, con la sua vocazione allo scandalo, si era candidato a coscienza critica e capro espiatorio di un’epoca continua a esercitare un fascino simbolico ineludibile. Tutti siamo destinati a morire, ma sembra che nella nostra società, profana e nostalgica del sacro, solo chi muore in modo cruento ed esemplare, di droga come le rockstar o da «poeta assassinato» come Pasolini, possa aspirare a una precaria eternità mediatica.

Dietro le buone intenzioni delle celebrazioni a scadenza fissa c’è così il rischio paradossale che, dopo esser rimasto vittima della violenza fisica, Pasolini lo diventi anche di quella omologante violenza morale, tanto combattuta in vita, che nell’ immaginario collettivo (soprattutto giovanile) rende indistinguibile Che Guevara da Vasco Rossi.
A quando un Pasolini sulle magliette, con le iniziali PPP stampate in rilievo, come fosse un Kurt Cobain morto per overdose di letteratura e di vita spericolata?
Intanto il suo volto magro e scavato dalle rughe campeggia sul Calendario Pasolini 2006, l’omaggio fotografico appena edito da Effigie, mentre Contrasto pubblica Pier Paolo Pasolini – La lunga strada di sabbia, con i testi integrali del «viaggio in Italia» in Millecento, fatto dallo scrittore nel 1959 per conto della rivista Successo. Il corredo illustrativo è fornito da Philippe Séclier, che rivisita con le sue foto in bianco e nero il domestico grand tour pasoliniano.

Sulle immagini punta molto anche l’Album Pasolini che uscirà a novembre negli Oscar Mondadori, dove a scritti inediti o poco noti dell’autore si affiancano materiali fotografici provenienti in buon numero dall’archivio di famiglia. E mentre la ciclopica impresa curata da Walter Siti per i Meridiani rende disponibile in dieci volumi l’intero arco della produzione pasoliniana, dalla narrativa al cinema, dalla poesia al teatro, dalla saggistica artistica e letteraria a quella sulla politica e la società, Garzanti, tradizionale editore di Pasolini, ripropone con nuove prefazioni alcuni titoli in catalogo, a cominciare da Ragazzi di vita introdotto da Vincenzo Cerami.

Al drammaturgo è dedicato I teatri di Pasolini (Ubulibri), un appassionato saggio di Stefano Casi; assai interessante è anche Modernizzazione senza sviluppo – Il capitalismo secondo Pasolini di Giulio Sapelli (Bruno Mondadori). Ultima, ma non ultima, la chicca dell’editrice Archinto: Pasolini rilegge Pasolini, libro + cd con l’intervista rilasciata nel ’69 in occasione del viaggio americano.

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