Dalla rassegna stampa Cinema

Il Leone è gay e viene da Oriente

Di nuovo Asia, Taiwan, e tocca ad Ang Lee con la sua storia d’amor gay tra due cowboy che era piaciuta a molti, Brokeback Mountain, abbracciare il Leone d’oro…

Di nuovo Asia, Taiwan, e tocca ad Ang Lee con la sua storia d’amor gay tra due cowboy che era piaciuta a molti, Brokeback Mountain, abbracciare il Leone d’oro. Segno che l’oriente ormai non solo è in grado di raccontare casa sua, ma anche di raccontare chi siamo noi, meglio di quanto la cinematografia occidentale sia in grado di fare. Cronaca di una chiusura. Compassata, imballata, noiosa. Nel solco della tradizione, la Mostra non delude: è tutto come si teme mediamente che sia. Il palco è una delizia di intoppi, di incastri mal riusciti, di corpi che vanno e che vengono, di mani che si aiutano a trovare gli spazi come automobili in una autostrada intasata dall’impaccio di tutti. Una scena sorretta da una musica di sottofondo che pare una compilation «Buddhabar» concepita per infilarsi tra dita contratte, code di leoncini lucenti, sorrisi gelati, papillon e microfoni, i presenti più rilassati. Rischiamo l’accusa di scarso patriottismo con una certa incoscienza, ma, come dice la nonna, quel che è troppo è troppo.
Le reazioni del pubblico, felice di esserci e ferocemente agganciato al suo invito, sono un metronomo d’applausi mentre i premi cadono come gocce di una pioggia che si teme possa durare a lungo. In sala stampa, qualcuno suggerisce che forse sparando all’arpista che fuori campo accompagna la lenta sfilata… Ma Croff e Müller non se la prendano, del resto nessuno, ai piani alti della rassegna (giuria compresa, ci pare) ha cercato l’azzardo, il rischio: tutto è scivolato tra sponde sicure, senza scosse. È una scelta che porta delle conseguenze non sempre meravigliose. Per esempio agli occhioni dipinti del bel Clooney che arranca in un italiano postbellico per dire che è contento del premio per la sceneggiatura al suo film. Precisa in inglese che non bisogna permettere al potere di strafare: siamo d’accordo anche se siamo struccati, ma ci ricordiamo che Clooney, presentando a suo tempo la sua creatura, ci aveva tenuto ad avvertire che con quella storia sulla libertà di stampa sullo sfondo del maccartismo, non intendeva in alcun modo mettere sotto accusa l’attuale amministrazione Usa. Forse ce l’ha solo con Berlusconi, fatto sta che più tardi ha dedicato, con volo carpiato, il suo film ai cronisti che lavorano a New Orleans e in Afghanistan. Più divertenti, sul palco delle cere, Philippe Garrel e Abel Ferrara, due irregolari veri. Abel, in un sexy-clergyman con pendaglio argentato, giustamente premiato per il suo irregolare Mary, che dedica il riconoscimento ai nostri padri e ai nostri figli, un fuori-rito garbato senza controindicazioni pronunciato da un artista inafferrabile che contiene tutti i suoi contrari. E Garrel, un altro outsider, autore di Les amants réguliers, un bel film che forza i tendini del cinema con ritmi mentali ed emotivi al di là dei loro limiti naturali. Garrel sembra un pezzo di casa nostra: sgualcito senza snobismo nel corpo e nell’abito, molto lontano dall’eleganza un po’ teatrale di Ferrara, dice delle cose sull’Italia e sulla Mostra, che, «grazie», è contento. È il secondo leone d’argento che si porta in Francia nell’arco degli ultimi tredici anni. È bello che la giuria abbia voluto premiare quella sua forzatura. Andiamo a bosco: Giovanna Mezzogiorno, è carina e commossa davvero; compresa del suo premio – miglior attrice – se ne fa carico con serietà e impegno. Ma è l’unica italiana a salire sul palco per dire che ha vinto qualche cosa. A parte Stefania Sandrelli che, ancora una volta, ha dimostrato che saper stare in pace col proprio corpo su un palco non è cosa da tutti: tra le sue braccia serene il leone d’oro alla carriera si era trasformato in un gattino. Accanto a lei, affascinante testimone di cosa sa fare il cinema italiano quando si incazza davvero, Massimo Cacciari. Il sindaco, anche vicepresidente della Biennale, le ha reso omaggio invitandola a continuare a fare un cinema non fatto per divertire e che non sia nemmeno fiabe per bambini. Speriamo che Stefania – che ha ricevuto il leone d’oro alla carriera dalle mani emozionate di sua figlia Amanda – non lo ascolti: è solo il suo modo di dire che non gli piace il cinema stupido. Infine, Ang Lee. Un grand’uomo che la sala stampa, per una buona metà asiatica, ha salutato con un applauso lungo quanto la salita del regista sul palco per ritirare il suo leone d’oro. Che tifo e che patriottismo. Una domanda: perché Müller non ha inserito in concorso il film di Sabina Guzzanti?

SIPARI Con la sua storia d’amor gay tra cowboy è Ang Lee, di Taiwan, a tornare a casa con il Leone d’oro: segno che l’Oriente è in grado di raccontare l’occidente meglio di noi. E chiude una Mostra che non delude ma nemmeno osa

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