Dalla rassegna stampa Cinema

Il Leone d'oro ai cowboy gay di Ang Lee A Venezia 62 la giuria sceglie «Brokeback Mountain» del regista di Taiwan

Premio speciale alla Huppert Miglior attrice Giovanna Mezzogiorno, miglior attore Strathairn nel film di Clooney: «I trofei? A Laglio».
Il regista di Taiwan Ang Lee con il «Leone d’oro» della 62/a Mostra del cinema di Venezia vinto col suo western gay «Brockeback Mountain».

venezia I cowboy gay lasciano Venezia a cavallo del Leone d’oro. Uno dei film favoriti, Brokeback Mountain del cino-americano Ang Lee, ha vinto la 62° Mostra del cinema di Venezia conciliando le due linee fondamentali di un’edizione non indimenticabile. Da una parte l’affermazione del cinema orientale, dall’altra la capacità di rinnovarsi di quello americano. Hollywood e le altre realtà “indipendenti” d’oltre oceano sanno trattare temi anche scomodi, anche fuori dalla linea dettata dal loro governo tenendo sempre d’occhio il pubblico. Così il “lariano” George Clooney ottiene ben due premi per il suo secondo film (la sceneggiatura che ha scritto con Grant Heslov e l’attore per lo strepitoso David Strathairn) Goodnight, and Good Luck premi che, pare abbia detto, «Resteranno in Italia perché li metterò sul caminetto a Laglio». La sua è una storia di giornalismo d’inchiesta, girata in maniera ineccepibile e con una forte carica di denuncia che però non prende mai il sopravvento sulla storia. Nel film Murrow contesta al senatore repubblicano Edward Murrow i suoi metodi di inchiesta che non rispettano i diritti civili degli accusati, in premiazione l’attore e regista ha rilanciato l’attualità del messaggio: «Murrow ci ha insegnato la responsabilità nel proprio lavoro e soprattutto che non si può lasciare, a chiunque abbia un potere, di esercitarlo senza controllo». La cerimonia finale, sobria e condotta da Inés Sastre e Massimo Sebastiani, è culminata nel Leone al film di Ang Lee (La tigre e il dragone) con Heath Ledger e Jake Gyllenhaal. Una scelta che concilia gusti della critica e del pubblico, da tempo una giuria non premiava un titolo che ha tutte le carte in regola per piacere agli spettatori, anche se attirerà critiche di intolleranti e omofobici per aver mostrato un amore tra due uomini come se fosse un normale legame eterosessuale. Meritatissimo anche il Gran premio della giuria a Mary di Abel Ferrara, disturbante intreccio di tre storie fra Roma, Gerusalemme e New York sul filo di una vera ricerca spirituale senza pregiudizi. Una coproduzione italiana che ha tenuto il tricolore sul palco insieme alla Coppa Volpi di miglior interprete femminile per Giovanna Mezzogiorno per La bestia nel cuore di Cristina Comencini. La giuria, presieduta dallo scenografo Dante Ferretti, ha trovato nella prova non troppo vistosa dell’attrice il modo di premiare il film italiano più bello della selezione ufficiale. L’altro momento di gloria per il cinema di casa è stato con il Leone alla carriera per la splendida Stefania Sandrelli (consegnato dalla figlia Amanda fra le lacrime) che da quarant’anni incanta e seduce dallo schermo con leggerezza e semplicità. Il cinema francese ha ottenuto gli altri riconoscimenti del concorso: miglior regia Philippe Garrell per il suo ’68 de Les amants reguliers, miglior contributo tecnico il suo direttore della fotografia William Lubtchansky e premio Mastroianni per l’attore emergente a Menothy Cesar di Verso sud di Laurent Cantet. La sezione Orizzonti è stata vinta dal polacco East of Paradise di Lech Kowalski che ricostruisce il rapimento e la deportazione nel gulag russi di sua madre e il suo ritorno a casa. Il premio documentari è andato al russo Il primo sulla Luna di Aleksey Fedortchenko, strana ricostruzione dei tentativi sovietici degli anni ’30 e ’40 di andare nello spazio. Il Leone del futuro Dino De Laurentiis per l’opera prima è andato al georgiano 13 di Gela Babluani, presentato nella sezione Giornate degli autori.

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