Dalla rassegna stampa Cinema

Il Leone al nuovo West

La 62ma Mostra vinta dai cowboys gay di «Brokeback Mountain» di Ang Lee, Osella al film di George Clooney

L’Italia si è dovuta accontentare della Coppa Volpi a Giovanna Mezzogiorno, brava attrice, ma un po’ sempre eguale. Un «contentino» come dimostra la curiosa decisione dei giurati di dare in più un Leone speciale all’ottima Isabelle Huppert di «Gabrielle» per il suo contributo dato al cinema. Assurdo visto che a tale compito sono delegati i Leoni alla carriera. Bizzarrie e alchimie a parte, un festival cinematografico ha sempre almeno due anime e questa Venezia non ha fatto eccezione. Impressione rimarcata dalla diretta di Raisat Cinemaworld (l’ottima tv della rassegna) della «passerella» prima della premiazione: il divo George Clooney in smoking, sorridente ed acclamato lungo le transenne dai fans con cui si sofferma a firmare autografi; l’ex-sessantottino regista francese Philippe Garrel l’abito di rigore, ma barba e capelli da sans papier, solo e smarrito sulla moquette rossa. In sala, stessa presenza fisica e due premi per i film di Clooney e Garrel («Les amants reguliers»), ma più importante quello per il francese: il Leone d’argento. Due anime. Perché anche Venezia, come i maggiori festival (e il direttore Müller, che pur, viene dal serissimo Locarno, si è piegato), vive di mondanità e cultura: la prima affidata alle pellicole fuori concorso (salvo rare eccezioni), ai divi Usa, alle ricche feste per il solito giro di vip e giornalisti gossip; l’altra alle opere impegnate che rischiano di non arrivare in sala (non parliamo in multisala…) e che al massimo alimentano il circuito dei cinecircoli. Vedi la distribuzione che ignora per un anno il cartone animato «Il castello errante di Howl», presentato a Venezia 61, e non lo accetta in sala neppure quando la data d’uscita è fissata per lo stesso giorno in cui il suo geniale autore Miyazachi riceve il Leone d’oro alla carriera… Il festival ideale sarebbe quello in cui entrambe le esigenze si compenetrano, puntando però più sul cinema che sul contorno e convincendo gli sponsor di feste ecc. a investire sulla promozione del cinema in crisi: i quasi 800mila euro spesi in una sola sera dai Gheddafi per una cena da «Satyricon» sono uno scandalo, ignorato però anche dai «savonarola» di sinistra. Qualche euro in più avrebbe pure reso meno austera e formalista la cerimonia di premiazione presentata, con professionalità, dal giornalista Massimo Sebastiani, madrina bella e distaccata con scarso diritto di parola Ines Sastre. Si sarebbero potuti almeno vedere spezzoni dei film premiati e un’antologia-omaggio dei film di Stefania Sandrelli, al limite delle lacrime nel ricevere il Leone alla carriera dalla figlia Amanda. Un tentativo di crescita si è notato, ma Cannes in fatto di stile del gran finale è ancora lontana. E si evitino, se possibile, le figuracce estemporanee alla sindaco veneziano Cacciari che mostra di ignorare che cinema (insieme di produzioni o aree nazionali) e film (pellicola) non sono la stessa cosa. Era data favorita l’America di George Clooney, ha vinto invece l’America, ma battente bandiera canadese, di Ang Lee: «Good night, good luck» ha avuto l’Osella per la miglior sceneggiatura (di Grant Heslov e dello stesso Clooney) e la Coppa Volpi per il miglior attore (David Strathairn, che ha ringraziato in italiano)), riconoscimenti minori rispetto al Leone d’oro di «Brokeback Mountain». Il bell’attore statunitense alla sua opera seconda, che ha ribadito anche di essere regista efficace. dalla Giuria è stato messo in secondo piano rispetto al regista «professionista» di Taiwan naturalizzato Usa che ha mostrato, come i grandi della Hollywood di un tempo, di sapersi vittoriosamente confrontare con più generi: commedia («Il banchetto di nozze»), sentimentale in costume («Ragione e sentimento», da Jane Austen), dramma di denuncia morale («La tempesta di ghiaccio»), wuxiapiang, ossia cappa e spada orientale («La Tigre e il Dragone»), ora il western. Meno fortunate le esperienze nel bellico («Cavalcando col diavolo») e il blockbuster tutto effetti speciali («Hulk») cui cercò di dare dignità psicologica, fallendo però nell’impatto con il pubblico. I film di Clooney e Ang Lee, antipodici tra loro a partire dal messaggio, hanno in comune per altro la scelta di uno sfondo storico per parlare del presente: i primi Anni 50 con la «Caccia alle streghe rosse» del senatore McCarthy l’uno; i primi Anni 60 con i due cowboy che scoprono di essere attratti l’un l’altro e la cui passione proseguirà nel tempo, anche dopo che si sono costruiti regolari famiglie, l’altro. Clooney esalta l’impegno di un giornalista che osò andare controcorrente e riuscì a incrinare la mostruosa piramide di sospetti e paure per ricordare che anche ai nostri giorni, sempre che lo voglia, l’informazione ha sempre il compito non di reggere la coda al potere, ma di portarne alla luce i lati in ombra. Ang Lee invece parte da un genere consolidato e consacrato come il western per rileggerlo in modo nuovo (e che molti giudicheranno provocatorio), sottolineando con il lapis rosso e blu il «sottotesto» di tanti capolavori, ossia la presenza inconfessata di un legame omo tra i rudi protagonisti di cavalcate e sparatorie. Si può comunque notare che quella di Clooney è una battaglia di libertà e civiltà, quella di Ang Lee la presa d’atto, una delle tante degli ultimi 25 anni, di una situazione che interessa la sfera morale e il privato civile ed ha finito per essere motivo di scontro politico.

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