Dalla rassegna stampa Cinema

Gwyneth e l'algebra dei sentimenti

La Paltrow, Hopkins e Gyllenhaall in «Proof» di John Madden. Chéreau rilegge Conrad con la Huppert. Una metafora «marziana» per Werner Herzog.

LIDO DI VENEZIA Cinema, amore e scienze esatte, ma non troppo. Questo il menù di ieri alla Mostra di Venezia, grazie al film in concorso di John Madden, Proof (La prova) e a un meraviglioso documentario fantascientifico del tedesco Werner Herzog, The Wild Blue Yonder (L’ignoto spazio profondo) presentato nella sezione «Orizzonti». Ma a suo modo anche l’altro film in gara, Gabrielle del francese Patrice Chéreau, indaga nell’algebra dei sentimenti sempre incerta anche quando sembra che tutti i conti tornino. Ecco, Venezia manda a dire che i conti non tornano mai, tanto più nei giorni in cui, per esempio, la meteorologia fa acqua di fronte alla tragedia di New Orleans (fra parentesi, una mano cinica ha vergato un “Katrina al Lido” nella bacheca “Ridateci i soldi” allestita anche quest’anno da Gianni Ippoliti, promoter salentino alla Mostra con assaggi di “negro amaro” e un concerto gratuito di Dolcenera). «Matematico» fa rima con «enigmatico» nella storia di Proof che il superpremiato regista inglese di Shakespeare in Love (1998, sette Oscar), ormai naturalizzato hollywoodiano, ha tratto da un’opera teatrale di David Auburn sceneggiata da quest’ultimo insieme con Rebecca Miller, la figlia del grande Arthur. Una deliziosa Gwyneth Paltrow è la ventisettenne Catherine che nello stesso giorno compie gli anni e perde il sessantenne papà Robert (Anthony Hopkins) da tempo sbalestrato di mente nonostante fosse stato un geniale matematico, scopritore in gioventù di alcune formule decisive. I funerali e i concitati giorni successivi, nella casa di Chicago dove Catherine ? a sua volta brillante ex studentessa di matematica ? s’era votata all’assistenza paterna e dove è sopraggiunta una sorella newyorchese radicalmente differente da lei, scandiscono una dolente rivisitazione dei rapporti familiari, dei conflitti e delle passioni fra le mura domestiche, ma anche della relazione sempre interessantissima fra il genio e la follia le cui strade s’incrociano, si alimentano e si contraddicono a vicenda. Uno scenario nel quale irrompe l’amore della protagonista verso un allievo del padre, che s’aggira in casa nella speranza di trovare preziosi appunti nei 103 diari del maestro (è interpretato dalla stella nascente Jake Gyllenhaal, già in concorso nei panni di uno dei due cow boy omosessuali di Brokeback Mountain di Ang Lee). Dopo tanto dolore, dov’è la soluzione della vita futura di Catherine, orfana inconsolabile perché ritenuta tarata come il papà dalla sorella e dal neofidanzato? E dov’è la «prova» che uno di quei 103 quaderni, custodito nella scrivania con le sue straordinarie intuizioni matematiche, sia frutto del talento di Catherine e non di un residuo sprazzo di lucidità paterna? Costruito con sapienza drammaturgica e al tempo stesso sorretto da giovani divi di sicura presa, Proof è un film che piacerà molto al pubblico, commuoverà e farà sorridere, col suo teorema libertario e contemporaneamente familistico, quasi «biblico»: la vocazione prima di tutto e contro di tutti, ovvero il primato del proprio talento da non dissipare come sfida esistenziale, come purezza del cuore. Una purezza talvolta sconcertante se esercitata nell’«ignoto spazio profondo» di un alieno sul pianeta Terra sotto mentite umanissime spoglie, interpretato da Brad Dourif che trent’anni dopo non ha perso ? a proposito di destino e di follia ? lo sguardo spiritato che aveva nell’indimenticabile Qualcuno volò sul nido del cuculo. È lui il narratore del film di Herzog, in cui le spiegazioni scientifiche attinte direttamente da fonti della Nasa, ringraziata nei titoli di coda per il suo «senso poetico», si alternano a cori sardi dai sapori mantrici e a un angelico Haendel. Ci racconta, «il marziano», di quando centinaia di anni fa lui e il suo popolo presero la via dello spazio in fuga dal loro bellissimo pianeta morente dal cielo di ghiaccio, lo stesso dove una sonda della Nasa sta cercando di approdare in cerca di nuovi habitat per i terrestri in crisi ecologica di risorse. Sicché, quello che noi consideriamo alla stregua di un possibile futuro celeste è di fatto il passato ormai arcaico di chi da lì fuggì verso la Terra. Una sublime metafora, quella di Herzog, fecondata dagli inserti scientifici, in cui ci viene spiegato come sia impossibile raggiungere frontiere cosmiche tanto lontane senza accelerare di almeno del trenta per cento la massima velocità a noi nota, quella della luce. Un propellente spazio-temporale che si gioverebbe dei «tunnel caotici» che possono configurasi, per esempio, tra l’orbita di Venere e quella di Marte, orbite sfruttate per moltiplicare l’energia dell’astronave. Herzog immagina che il viaggio si compia e che gli astronauti riescano persino a tornare attraverso un tunnel del tempo (qui siamo nella finzione), convinti che la missione sia durata quindici anni, mentre ne sono trascorsi ottocentoventi e la Terra è regredita a un’era primordiale di incontaminato stupore. Tuttavia non va dimenticato che il nostro mondo vissuto può cambiare, con altrettanta violenza e ben più velocemente, anche quando tornando a casa si trova un’inopinata letterina d’addio del coniuge. È quanto accade al protagonista di Gabrielle che Patrice Chéreau ha tratto da un racconto di Joseph Conrad. In una Parigi ai primi del Novecento, nella bella magione del protagonista Pascal Greggory, le scarne righe dell’addio della bravissima Isabelle Huppert, fino ad allora moglie irreprensibile, suscitano sconforto e sovvertono certezze «matematiche». Poche ore dopo lei tornerà, dando il via a uno psicodramma erotico-sentimentale sulla ferocia della/nella coppia, sul tempo perduto e irrecuperabile: dieci anni di matrimonio in uno sguardo possono diventare 820.

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