Dalla rassegna stampa Cinema

Soderbergh nell'America saccheggiata

A sud del sud Fuori gara «Bubble», fotografia in digitale dell’umanità disarmata. In competizione «Brokeback Mountain», il western «normale» di Ang Lee.

Dall’Ohio alla Louisiana il viaggio è breve, basta scorrere il dito sulla cartina degli Stati uniti e scendere a sud del sud. Mentre New Orleans affoga, Steven Soderbergh ci racconta la vita dei poveri americani, quelli della provincia. Mid-west o South non cambia molto, ma quando arrivano le catastrofi qualcuno si accorge che «la ricca America» è disarmata, debole e sola, e chiede aiuto al resto del mondo, come è successo durante la Depressione quando il Camerun inviò aiuti agli States. Dentro i confini della grande potenza, la forza gioiosa del sistema economico americano produce cittadini impauriti, persi in località fantasma, case di legno come roulotte, e per pranzo un hamburger, che non è un junk-food «di moda» ma costa meno di un dollaro. Si chiamano Martha, Kyle e Rose e sono i protagonisti di Bubble (fuori concorso), tre persone normali, che per sopravvivere fanno il doppio lavoro, e per divertirsi hanno un tavolo di plastica nel retrobottega di un drugstore. Sono persone perbene, pronte a trasformarsi in «sciacalli» appena comincia a piovere e le case dei ricchi affondano nel fango. Quanta indignazione per i saccheggi della città del jazz, dove i più grandi musicisti jazz furono cacciati nel 1917 insieme al black-people, e dove gli zombie di Romero sono tornati come mostri preveggenti nel suo ultimo film, La terra dei morti viventi. Impressionante nel film l’anticipazione dello scenario infernale della Louisiana con i cortei di donne e uomini macilenti, affamati, zuppi di palude che si avvicinano alla cittadelle dei bianchi e dei ricchi asserragliati nei quartieri alti. A nessuno di loro e nemmeno a chi scrive le cronache di New Orleans capiterà mai di trasformarsi in «sciacallo», in orrido predatore che si approfitta delle disgrazie altrui. Per ammazzarli, gli sciacalli, il governatore dello stato, la signora Katleen Blanco, ha dichiarato che i marines richiamati in patria dall’Iraq in funzione anti-sommossa «sono addestrati a sparare per uccidere e mi aspetto che lo facciano». Chi ha detto che le vittime di New Orleans e quelle di Baghdad, pur unite dalla stessa sorte, insieme nel fermo-immagine della storia, restano nemiche, si sbaglia. Hanno in comune gli stessi killer. Di questo parla Steven Soderbergh – nato a Baton-Rouge, Louisiana, uno che conosce bene la parte bassa dell’America – nel suo film girato in digitale e prodotto dalla sua Section Eight, società indipendente fondata insieme a George Clooney, il regista di Good night and good luck. Due un-american, due ragazzacci anti-Bush che come l’ex direttore del New York Times non si vergognano a dire che Katrina e George hanno una relazione.

Ma, torniamo in Ohio. Bubble nasce come «caso cinematografico», primo tentativo di alterazione del mercato mediatico. Il film, infatti, uscirà in contemporanea nelle sale, in dvd e sulla tv via-cavo, un’idea del sovversivo regista di Sesso, bugie e videotape.

Si registrano scene di panico a Hollywood. Soderbergh ha ingaggiato attori non professionisti e li ha messi davanti alla telecamera per interpretare la parte di Martha, una over-size quarantenne dai capelli rossi, Kyle, un bel ragazzo che soffre di panico in mezzo alla folla e di Rose, 23enne bellina con figlio di due anni e padre «artista» assente. I primi due sono colleghi da anni in una piccola fabbrica di bambole di gomma. Assemblano teste, braccia, gambe e manine che escono da antichi macchinari, un lavoro semi-artigianale. I bambolotti sezionati come cadaveri, spruzzati di vernice, incollati, sono rifiniti con piccole ciglia, parrucche e vestitini che Martha confeziona la sera a casa, in presenza del vecchio padre invalido. I due fanno coppia, sono amici, si scambiano confidenze, mangiano lo stesso happy-meal (il menù di hamburger dei fast food) lei gli da un passaggio a casa, Kyle vive con la madre, e poi il mattino dopo si ricomincia. Il ragazzo salta la cena e si fa di canne, non ha una fidanzata per mancanza di tempo. Poi arriva Rose. La ragazza è più nei guai di loro, racconta di aver fatto l’infermiera in un ospizio ma di fronte al degrado dell’ambiente, alla turpe assistenza dei vecchietti, paga misera e straordinari non pagati… eccola qui a cavare gli occhi alle bambole. Deve mantenere la bambina, e quindi rubacchia a casa dei corteggiatori. Lo fa con Kyle e con l’ex uomo, un tipo un po’ suonato, che una sera irrompe nell’appartamento di Rose e le chiede di restituirgli il denaro.

Soderbergh costruisce il film come un documentario, fa muovere i personaggi in un set realistico eppure ogni fotogramma è flagrante di suspense e paura… gli occhi celesti di Martha inquadrati nel buio, lucenti di niente, vuoti occhi di madonna, martire, sacrificata. Una cicciona del mid-west che ingoia porzioni di «torciglioni» pannosi, panini, secchi di bevande gassose… e che ha un solo amico al mondo, Kyle, il collega giovane, angelico, ma pronto a farsi irretire dall’intrusa Rose, la sfacciata che chiede favori a tutti, sbafa l’idromassaggio in una casa di ricchi dove fa la domestica (il secondo lavoro), una ragazza qualsiasi, una mamma ladra. La troveranno strangolata. Chi è stato? Bubble è epicamente minimalista, una piccola storia senza artifici ed effetti speciali che rende perfettamente l’orrore. Insieme a Romero e alla Guerra dei mondi di Spielberg è il film da mandare su Marte per raccontare l’umanità di oggi. Tante piccole grandi catastrofi.

In concorso, la Mostra ha scelto Brokeback Mountain di Ang Lee, il regista di Taiwan, Oscar per il miglior film straniero, La tigre e il dragone. Qui siamo in Wyoming, terra di cow-boy destituiti a pastori. Ennis Del Mar (Heath Ledger) e Jack Twist (Jake Gyllenhaal) disoccupati, si trovano sulle montagne a guardia di un gregge di pecore e nelle lunghe giornate di noia scoprono di amarsi. «Ma non sono frocio» si dicono l’un l’altro nel lungo spot che sembra finalizzato al rilancio dell’Uomo-Malboro, il rude uomo del Far West con giacca foderata di montone. Il film esclude ogni interferenza emotiva, è decisamente machista e in questo non decostruisce affatto, nonostante le intenzioni, il western classico del crepuscolo. Il copione era destinato a Gus Van Sant e allora sì avremmo assistito a una frantumazione sui generis del genere, a un «corpo a corpo» trans nelle vallate verdi.

Qui invece per anni e anni, dai sessanta agli ottanta, i due si trovano e si perdono sotto gli occhi vuoti di due mogliettine sospettose ma fedeli. La famiglia tradizionale – insopportabili riti domestici con prole molesta – sono l’altra faccia di una relazione d’amore omosex così «normale» che avrebbe convinto perfino gli Amish a votare per i matrimoni gay.

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