Dalla rassegna stampa Cinema

Cowboy, gay o no povero resti

CROLLANO I MITI In «Brokeback Mountain» del taiwanese Ang Lee due cowboy si innamorano, in «Bubble» di Soderbergh due operai modello si tramutano in assassini, ma non è il mondo maschile a unire i due film: è la tragica povertà di tanti americani

I
l mito americano sta crollando: sembra di vedere la scritta U.S.A. che si sgretola come il titolo di Ben Hur. New Orleans è in ginocchio, gli sciacalli imperversano, l’esercito è impotente in Louisiana come in Iraq, il presidente è al minimo storico di credibilità, il prezzo della benzina aumenta (per l’americano medio è la notizia più grave) e a Venezia si vedono cowboy gay (in Brokeback Mountain del taiwanese Ang Lee, in concorso) e operai modello che si trasformano in assassini (in Bubble di Steven Soderbergh, sezione Orizzonti). Due film diversissimi, che durano uno la metà dell’altro (73 minuti Soderbergh, 134 Lee) e che compongono un quadro plumbeo dell’Incubo Americano.
«Non vedo l’ora di andarmene da qui. È una zona troppo povera. Non si riesce a mettere da parte un dollaro», dice Rose, la giovane operaia/ragazza madre che in Bubble finirà vittima di un misterioso, quanto inaspettato omicidio. Rose lavora in una fabbrica di bambolotti di plastica e, sì, vive in una zona depressa: nell’Ohio, il Nord-Est florido e ridente dell’America di Bush! «Non posso rimanere con le bambine, le vacche stanno partorendo. Se lascio il ranch mi licenziano», dice il cowboy Ennis alla moglie, anche lei consapevole che per non morire di fame bisogna lavorare duro: e siamo nel Wyoming, negli anni ’60, non durante la Depressione! Vedendo come vivono questi poveri americani, non si può fare a meno di pensare a New Orleans e ai luoghi comuni che la stampa e la tv stanno sbrodolando in questi giorni: «Scene da terzo mondo», si sente dire. Noi a New Orleans ci siamo stati, nel ’96, diretti alle Olimpiadi di Atlanta, e permetteteci una divagazione: quello «è» terzo mondo, o comunque ha sacche di terzo mondo (quartieri poverissimi sotto il livello del mare, i neri che abitano in baracche di legno, le vecchie comunità francofone dei cajun che vivono nella giungla come cento anni fa) che non potevano che essere spazzate via da una catastrofe annunciata.
In questo contesto, è quasi secondario che Brokeback Mountain, ispirato a un famoso e sopravvalutato racconto di Annie Proulx, sia venduto come «il primo film sui cowboy gay». Primo, perché non è vero. Secondo, perché l’aspetto più importante della storia di Ennis e Jack, due ragazzi che passano un’estate a badare alle pecore in cima a un monte del Wyoming e si innamorano per la vita, è un altro. È la loro povertà, la loro incapacità di comunicare (fanno l’amore quasi senza parlarsi, e le uniche frasi che riescono a scambiarsi la mattina dopo sono: «io non sono frocio»; «neanch’io»), la loro siderale distanza dall’America evoluta che Hollywood ci racconta. Jack, che dei due è il più consapevole, tenta di convincere Ennis a provarci, a comprare un ranch insieme. Ennis risponde sempre che non si può, che nel loro mondo due uomini che vivono insieme sono una cosa inaccettabile.
Vedendo il film, viene da chiedersi: ma perché non vanno a San Francisco, la città dove i gay sono numerosi e potenti, dove sarebbero accettati per quello che sono? Il problema non è che Ennis e Jack non saprebbero che fare a San Francisco; il problema è che forse non hanno mai nemmeno sentito parlare, di San Francisco! Vivono in un mondo primordiale, dove il capoccia può licenziarti se un orso si mangia due o tre pecore, dove il duro lavoro nei ranch o l’aleatorio ambiente del rodeo garantiscono una sopravvivenza stentata; dove il massimo dello svago è una birra al saloon o il football in tv. Ennis e Jack, interpretati da Heath Ledger e Jake Gyllenhaal, sono prima di tutto due poveracci incapaci di esprimere le proprie emozioni. Poi, sono anche omosessuali.
Come accennavamo giorni fa, è singolare che sia un taiwanese, Ang Lee, a rompere un tabù del western e a smontare definitivamente la mitologia del cowboy. In realtà non è la prima volta. I western classici e moderni con eroi dalla sessualità sfumata sono decine: basterebbe pensare al personaggio di Anthony Quinn in Ultima notte a Warlock o a quello di Montgomery Clift nel Fiume rosso. Ma le anime belle che si stupiranno alla scena di sesso sui monti del Wyoming dovrebbero rivedersi Lonesome Cowboys di Andy Warhol, per scoprire che la mitologia del West ha fatto i conti con l’omosessualità ben prima che Brokeback Mountain sbarcasse al Lido. Detto questo, il film è abbastanza bello. Si sente la mano del grande Larry McMurtry (lo sceneggiatore dell’Ultimo spettacolo e di Hud il selvaggio) che ha molto elaborato il sensazionalismo del racconto originale. I personaggi sono forti, intensi, veri. Il senso del racconto e del paesaggio confermano in Lee un regista di grande eclettismo. Per cui, andatelo a vedere, senza stupori: non fate come quel personaggio di Borotalco che, di fronte alle sparate di Carlo Verdone, sbottava: «Nooo! Ma davvero John Wayne era frocio?!».

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