Dalla rassegna stampa Cinema

La Samaritana di Kim Ki-duk

…Le tematiche centrali sono la colpa e l’espiazione, l’innocenza, la redenzione; argomenti cari a ogni religione, ma che Kim Ki-duk tratta da un’ottica rigorosamente laica…

Capofila del cinema coreano, Kim ki-duk è il tipo di regista che flirta sempre con gli stessi temi; ma riuscendo, nei casi migliori, a darne declinazioni nuove e inattese. Anche nella Samaritana, Orso d’argento a Berlino, ci sono personaggi in rotta con se stessi e col resto del mondo: le studentesse Jae-Young, che si prostituisce con uomini maturi per sete d’amore, e Yeo-Jin, la “samaritana”, che le fa da manager scegliendo i clienti e assicurandosi che venga pagata. Un giorno, in un motel, la prima si ferisce gravemente per sfuggire alla buoncostume in cerca di prostitute minorenni. Da allora, Yeo-Jin incontra i clienti dell’amica, ci va a letto ma rifiuta di farsi pagare; anzi, rende loro il denaro dato all’altra. Finché suo padre non la sorprende. Le tematiche centrali sono la colpa e l’espiazione, l’innocenza, la redenzione; argomenti cari a ogni religione, ma che Kim Ki-duk tratta da un’ottica rigorosamente laica. Poiché nella Samaritana tutto è questione di posizionamento della macchina da presa, come accade in pochi altri cineasti contemporanei (in Takeshi Kitano, ad esempio). Nessuna condanna, nessun moralismo – né tantomeno psicologismi semplificatori – nel modo in cui la cinepresa guarda i personaggi e le loro azioni; senza mai giudicare, l’obiettivo osserva, mentre la regia adotta una scala d’inquadrature sempre più ampie via via che il film si avvicina alla fine. E al cinema, diceva qualcuno che la sapeva lunga, la “morale” è precisamente un affare di linguaggio.

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