Dalla rassegna stampa Cinema

Straziami ma di risate gay saziami

…Il rapporto tra follia è creatività è al centro dell’originale film Tarnation proiettato ieri sera in anteprima al Milano film festival gay …

FESTIVAL Follie e amori

Un piccolo principe lanciato tra i pianeti della follia. Un segugio in cerca d’amore, costretto a stanare con la cinepresa l’identità di una madre disturbata che gli ha dato il «la» per dissociare e ricomporre immagini, ricordi, storie. Il rapporto tra follia è creatività è al centro dell’originale film Tarnation proiettato ieri sera in anteprima al Milano film festival gay (www.cinemagaylesbico.com) che reca le firme di Gus Van Sant come produttore esecutivo e del giovane regista Jonathan Caouette.
Le scene, tra fiction e documentario, prendono il via dallo strazio del protagonista che trova la madre uccisa da un’overdose di psicofarmaci. Il tuffo nell’infanzia è immediato. Impressionante il primo apparire di Jonathan undicenne, che si tormenta i capelli, si veste da donna, e richiama il giovane protagonista di Psyco. «Mamma se non puoi essere vicino a me, posso scrivere le tue tracce sul mio corpo»: questo il messaggio, tanto forte da impregnare quasi del tutto la stessa fattura del film. A narrare è una cinepresa che svolge la funzione di «terzo occhio», diario di immagini che il regista ha iniziato a custodire fin da piccolo. Trasparente la necessità di farvi ricorso: nel desiderio che qualcuno possa guardarlo, Jonathan inizia a osservarsi da sé.
Assistiamo ai primi ricordi – la madre costretta a pesanti trattamenti di elettrochoc, i nonni, il padre assente – uniti ai giovani amori gay, all’attività di attore, ai viaggi. La funzione «super partes» della cinepresa ricorda l’elemento chiave del fantascientifico Final cut che mette in scena la possibilità di registrare tutte le sequenze di vita di un individuo attraverso un microchip da inserire nel cervello fin dalla nascita. Tocca poi al «montatore» scegliere. Ecco, in Tarnation le scene vengono montate secondo i tagli (cut) che opera la follia: le immagini sono sdoppiate e centuplicate, le scene ripetute, l’astrazione irrompe mischiandosi alla realtà. Si rincorrono gli affetti, si trovano corpi che hanno la consistenza di fantasmi. L’inquietudine è sovrana; grande assente, al contrario, è la pace di cui esprimono il desiderio immenso le musiche morbide ed evocative. «Io amo mia madre, lei vive dentro di me, negli occhi, nei capelli»: la rivelazione in chiusura di pellicola esplicita il senso dell’opera e suggerisce che non è tanto la follia a ispirare la creatività, quanto il profondo desiderio dell’amore, lo stesso che fa vagare per il cosmo il piccolo principe prediletto dal protagonista. Autobiografia e non solo.
Di storie, al festival, ma in chiave collettiva, parla il documentario Katzen Ball di Veronica Minder, raccontando la vita delle lesbiche in Svizzera dagli anni ’40 fino a oggi. Veri gioielli le foto scattate nei locali: donne con i capelli corti e giacche da uomo che stringono tra le dita sigari e sigarette a fianco ad altre dalle mises iperfemminili. Tutte hanno gli occhi immersi dentro agli occhi dell’amata e una di loro dice: «Quando mi ha detto sì ho fatto il mio ingresso in paradiso». Nell’eden dell’umorismo ci porta invece Rossy De Palma, attrice nata e cresciuta con il primo Almodovar, premiata al festival e presente anche sullo schermo con Franchesca Page. Ci segnala che amore e disavventure vanno miscelati con bizzarria e ilarità e che la vita spesso può solo fiorire se la prendiamo a colpi di risate ([email protected]).

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