Dalla rassegna stampa Cinema

Allucinazioni thailandesi, malattie tropicali

L’amore sperimentale di due ragazzi, tra leggende, fantasmi e sogni thai.

TROPICAL MALADY
Apichatpong Weerasethakul, Munzi e il suo teenager albanese affrontano gli off limits della notte.

Tropical Malady, opera seconda di Apichatpong Weerasethakul, è all’estremo dell’elaborazione sul cinema, un film a doppia pista visiva e sonora, enigmatico e spiazzante tanto da provocare una selva di «buuu» alla prima della stampa l’anno scorso a Cannes, il festival che ha lanciato il 34enne regista thailandese. Nel 2002, la Croisette premiò il suo esordio Blissfully Yours, accese passioni e divise i festivalieri come anche il documentario Mysterious Object at Noon (2000). Eppure, macchina magica, Tropical Malady è un congegno filmico appassionante anche nel suo ritmo spezzato, in quel suo estenuante studio sul buio e sul suono realizzato dal regista nato nel 1970 a Bangkok, studi all’Art Institute di Chicago. Il film ha vinto ieri il Gran Premio Ottavio Mai e il premio speciale della giuria alla rassegna gay di Torino, dopo aver sfiorato per un attimo la vittoria sulla Costa azzurra. Tropical Malady, infatti, figurava tra i primi titoli del toto-palma e tra i preferiti di Quentin Tarantino, presidente della giuria di Cannes, un’eco che ha favorito ora il successo del film e la distribuzione dell’Istituto Luce. Da oggi l’opera fuori-schema è nelle sale italiane.

Il film è una co-produzione thailandese (Kick the Machine, società del regista) e italiana (Fabrica Cinema-Rai Cinema) e racconta nella prima parte la storia d’amore tra Keng, un soldato, e Tong, ragazzo di un villaggio. I due giocano spensierati, erotismo, goliardia, musica, meditazioni e carezze, inconsapevoli di tutto. Ma quando scende la notte nella giungla, si svegliano i mostri e i fantasmi, e si entra nel regno delle leggende. La foresta si anima e si fa presenza, terzo protagonista che interferisce e materializza i sogni. L’occhio sensuale come una luce a raggi infrarossi scova tra gli alberi e il silenzio la densità delle ombre e i rumori della natura. Immagini mai viste e suoni mai uditi. Il bosco come fabbrica di sensazioni, «la giungla è un personaggio, entra nella relazione tra i due uomini – dichiara il regista – perché è anche un’esperienza fisica. La notte cambia moltissimo rispetto al giorno. Gli elementi visuali diventano secondari, contano i rumori. Ho lavorato molto sul suono distorcendolo, mescolandolo con altri, quel che si sente non è la natura ma una sua manipolazione. Il suono della giungla doveva diventare un dialogo, un mezzo in cui si comunicano emozioni».

Sullo schermo appare l’icona di un animale sacro, la creatura misteriosa che ha depredato il villaggio e ucciso un bufalo acquatico. Il soldato si acquatta nella giungla per catturare la bestia e nell’attesa le tenebre cominciano a sprigionare scintille, sonorità segrete, allucinazioni visive. Sembra di stare in un cartoon del giapponese Miyazaki con le presenze di esseri dematerializzati, anime fluttuanti, spettri della natura che convergono nei corpi degli umani e li affratellano alla natura.

Improvvisamente una gigantesca tigre immobile su un ramo fissa Keng, il soldato, come in Cat People di Paul Schrader. Contatto. L’uomo e la bestia si guardano nell’ipnosi della notte thailandese. L’altro, Tong, è l’inquieta presenza mutante, l’amato che ha rinunciato all’assenza di conflitti e si agita lamentoso nella giungla. Intanto, il doppio fluorescente del bufalo morto si stacca dalla bestia e si avvia lentamente fino a spegnersi. Contemplazione buddista, sospensione del tempo.

L’inquietudine della malattia tropicale si trasmette in forma ipnotica, il film si ferma in questo secondo livello anti-narrativo, dopo la prima parte gioiosamente comedy. L’effetto sta anche nella modulazione eccentrica dovuta al montaggio di Jacopo Quadri, artista del ritmo. Ma quale ritmo ha una storia di fantasmi thailandesi? Non si può domare una tigre, e allora tanto vale lasciarla libera di muoversi tra i fotogrammi come più le piace. La «malattia tropicale», comunque, invade lo schermo, come un amore che «diventa doloroso, soffocante» e rende prigionieri, «ma è anche la natura dell’essere umano, e la sua forza, è la struttura stessa del cinema quando cerca di forzare le sue immagini convenzionali».

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