Dalla rassegna stampa Cinema

«Tokyo Godfathers», un Almodóvar a Cartoon

…Tokyo Godfathers deve qualcosa anche a Kitchen di Banana Yoshimoto, almeno per quanto riguarda il personaggio del transessuale …

Osamu Tezuka (1928-1989), Isao Takahata (1935) e Hayao Miyazaki (1944) sono i maestri riconosciuti del cinema d’animazione giapponese classico. Ma c’è un terzetto di registi della generazione di mezzo, Mamoru Oshii (1951), Katsuhiro Otomo (1954) e Satoshi Kon (1963) che ha buone probabilità di ambire al prestigioso appellativo di «maestri». Di Satoshi Kon, autore di due interessanti lungometraggi, Perfect Blue, che ne segnò l’esordio nel 1988) e Millenium Actress del 2002 (purtroppo mai arrivato in Italia) è appena uscito, distribuito nelle nostre sale da Metacinema, il terzo cartoon, Tokyo Godfathers.
Il film è un esplicito remake di un classico western di John Ford del 1948, che, guarda caso, s’intitolava 3 Godfathers (in Italia tradotto con l’improbabile titolo In nome di Dio). La vicenda, ovviamente, è trasferita alla Tokyo dei giorni nostri, nelle cui strade vivono, tra migliaia di senzatetto, anche i tre barboni-protagonisti: Gin, un ex ciclista alcolizzato (ma si scoprirà poi che era un semplice venditore di biciclette), Hana, un ex travestito (ma che continua a volersi donna), e Miyuki, una ragazza scappata di casa. Alla vigilia di Natale, sotto un’implacabile nevicata, i tre rovistando tra i mucchi di spazzatura trovano una neonata abbandonata. Hana, che ha sempre sognato di diventare madre, invece di consegnarla alla polizia decide di tenere la bambina con sé, mentre il terzetto si mette alla ricerca della madre vera, aiutato dal ritrovamento di un biglietto da visita e di alcune fotografie in cui è ritratta una giovane coppia, i probabili genitori della piccola Kiyoko. Dopo una serie di vicende, in cui s’intrecciano anche le dolorose storie personali, i tre ci rusciranno alla fine del film, con un piccolo colpo di scena a sorpresa.
Satoshi Kon, con la sua abituale tecnica che fa muovere i personaggi animati su sfondi di un estremo realismo, confeziona una moderna favola metropolitana in cui proprio chi non ha nulla, come i senzatetto, sembra essere in grado di trovare più facilmente la felicità. Apparentemente venato di un buonismo ironico alla Frank Capra, ma in realtà più simile agli amari melò di Pedro Almodóvar, Tokyo Godfathers deve qualcosa anche a Kitchen di Banana Yoshimoto, almeno per quanto riguarda il personaggio del transessuale (nel racconto della Yoshimoto c’è un padre che si trova a far da madre, non solo metaforicamente, alla propria figlia, dopo la morte della madre). Ma soprattutto ci racconta la dura realtà delle moderne metropoli urbane e ci svela un Giappone oltre gli stereotipi contrapposti del culto delle tradizioni e dell’efficientismo aziendale. E lo fa con una «roba da bambini» come i cartoni animati.
P.S. A proposito di «roba da bambini» non possiamo fare a meno di rilevare che Tokyo Godfathers, pur non presentando situazioni particolarmente scabrose o violente, non è proprio – come del resto molti dei recenti cartoon – un film per bambini. Non sono della stessa opinione, evidentemente, gli esercenti cinematografici che si ostinano a programmarlo soltanto negli spettacoli pomeridiani, negando ad un pubblico più «adulto» di goderselo anche di sera.
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