Dalla rassegna stampa Cinema

L’Almodòvar che non ti aspetti

…la vera accusa che si potrebbe fare alla sceneggiatura è caso mai quella di essere vagamente omofoba. Cioè l’Almodòvar che non ti aspetti…

Scomodare l’ “irrilevanza dell’Occidente” per censurare aspramente le tematiche dell’ultimo film di Pedro Almodòvar, il regista spagnolo con ascendenze in una delle tre più grandi famiglie berbere dei tempi di Al Andalus, come ha fatto lunedì Giuliano Ferrara nel suo editoriale sul “Foglio” rosa, significa da una parte dare troppa importanza a un espediente narrativo del film “La mala educacion”, e cioè la pedofilia del prete coprotagonista, don Manolo, ma dall’altra anche obbedire a un richiamo spesso inconscio che per gli intellettuali italiani ha fatto gridare più di una volta al tradimento dei chierici: quello di chi tra i laici si sente investito, non richiesto, del ruolo di difensore d’ufficio della Chiesa. Meglio, della curia papale del Vaticano.

I bene informati dicono che per quel che riguarda Ferrara si tratterebbe di qualcosa simile a una crisi mistica, iniziata proprio con quella boutade a favore delle posizioni più retrograde sulla fecondazione assistita che tutti si affrettarono a etichettare come “intelligente provocazione”. Ma visto che del film di Almodòvar ne parla male anche un intellettuale di solito laico come Francesco Merlo, anche lui prendendo le parti dei poveri preti che in Italia non sarebbero così cattivi, varrà forse la pena di mettere qualche puntino sulle “i”. A cominciare dalla constatazione che il film in questione prende spunto da una “mala educacion” presente peraltro anche in molti collegi italiani e non solo della Spagna post o pre franchista, ma poi si dipana attraverso il mondo degli omosessuali che lo stesso regista che vi appartiene quasi come icona descrive con compiaciuta autoironia.

Tanto che la vera accusa che si potrebbe fare alla sceneggiatura è caso mai quella di essere vagamente omofoba. Cioè l’Almodòvar che non ti aspetti. In fondo il protagonista uccide il fratello sedotto dal prete per potersi meglio godere a propria volta la relazione con l’anziano prelato nel frattempo spretatosi. E prima per tentare di avere una parte nel film con l’ex amico del cuore del fratello non esitava a imbastire trame e ricatti. Ciò che però sorprende, sia in Ferrara sia in Merlo sia in tutti quelli che presumibilmente si accoderanno alla censura preventiva del film del geniale Pedro, è questo desiderio di ergersi a paladini di una purezza che in quanto a pedofilia i preti cattolici non possono di certo vantare.

L’Italia è uno dei pochi paesi in cui negli ultimi tre anni poco o nulla si è scritto sui preti pedofili del cattolicesimo statunitense, mentre mezzo mondo ne dibatteva e due giornalisti vincevano il Pulitzer con le inchieste sul settore. L’Italia è anche l’unico paese in cui nessun editorialista ha mai messo in relazione la visibile e palpabile animosità dell’attuale Pontefice nei confronti di Bush oltre che per questioni di guerra e di pace anche per faccende dovute ai rimborsi plurimiliardari cui decine di giudici americani hanno condannato svariate congregazioni religiose cattoliche americane obbligandole praticamente a chiudere i battenti.

In compenso quando un regista surreale e drammatico come Almodòvar utilizza quello che è ormai un luogo comune, la pedofilia esistente all’interno delle istituzioni ecclesisastiche cattoliche, tanti intellettuali si scordano di essere stati laici e balzano pronti sullo scranno di difensori di fiducia di Santa Romana Chiesa. Aggiungendo la categoria del grottesco a tutte quelle in cui di solito ci si imbatte quando si muovono certi argomenti.

Dimitri Buffa
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