Dalla rassegna stampa Cinema

Un melodramma omosex

…Per la prima volta, poi, don Pedro elabora un racconto dove le donne o il sentimento ambiguo della femminilità sono totalmente assenti, mentre dilaga e si specchia su se stesso l’orgoglio & pregiudizio gay…

Perché «La mala educaciòn» ci lascia un po’ delusi? Innanzitutto il film, comunque d’alto livello, sconta l’urgenza di riprendere tutti i temi di una poetica d’autore: commedia postmoderna, melodramma popolare, incontro/scontro tra fantasia e realtà, esorcismo autobiografico, tormenti di una diversità non riconciliata… Per la prima volta, poi, don Pedro elabora un racconto dove le donne o il sentimento ambiguo della femminilità sono totalmente assenti, mentre dilaga e si specchia su se stesso l’orgoglio & pregiudizio gay. Siccome quest’autocoscienza delle nequizie e delizie omo/transessuali appare fatalmente limitante, le giravolte di spazio e tempo, i punti e a capo, le sottolineature e le «cancellature» finiscono con l’ostacolare la fluidità dello stile.
S’inizia a Madrid nell’80, quando il regista Enrique riceve la visita dell’amico più intimo degli anni del collegio religioso. Ignacio lo ha rintracciato per consegnargli un copione che rievoca con dovizia di particolari le esperienze vissute all’ombra di Padre Manolo: fu proprio il carismatico insegnante e direttore a invaghirsi di lui e a farne l’oggetto di focose e profane voglie pedofile, stroncando nel contempo il suo «naturale» connubio con Enrique.
La prima parte del film è la più prevedibile, ma anche la più felice: quando la memoria ferita dell’improvvisato sceneggiatore materializza (grazie al taglio carico e sensuale di Almodovar) le atmosfere morbose dell’istituto, la mistica brama del molestatore, la complicità tra bambini e la loro scoperta del cinema trash esaltata dal culto per Sara Montiel, la Mae West spagnola. Per di più aggiungendoci l’invenzione di un incontro tra i due ormai adulti, con Ignacio cantante travestito d’infima categoria che seduce Enrique diventato un frustrato padre di famiglia provinciale.
Nella seconda la tensione scema e le sfilacciature non riescono a essere rammendate dal paradossale rimpianto di un paradiso perduto che scandisce i cambi d’identità tra i personaggi. Anche il campionario trasgressivo – fellatio e sodomie tra uomini, tuffi goduriosi in piscina, mutande come feticcio, autofocus voyeuristici – non va al di là del gioco di simulazione tra arte e vita, un’uscita troppo stretta per le grandi potenzialità del sarcasmo dissacrante di Almodovar.
Assodato che il noir dell’«impossibilità di essere normali» non si limita a bacchettare banalmente le brutte abitudini di certi religiosi (in fin dei conti surclassate dalla sbracata movida dei laici), si resta colpiti dagli scorci di pura accensione visionaria: il travestito che gorgheggia «Quizàs» nelle penombre del night, il «Cuore matto» di Little Tony che scudiscia la tensione notturna degli amanti, l’accanita partita di calcio con i preti che corrono reggendosi la tonaca alta sulle scarpe, il canto da usignolo del collegiale che dedica a Padre Manolo la versione ispanica di «Torna a Surriento» sullo sfondo delle policrome vetrate.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.