Dalla rassegna stampa Cinema

«Il mio caro insopportabile Cole Porter»

…In realtà «De-Lovely» come musical è abbastanza anomalo, visto che si tratta fondamentalmente di un biopic, un film-biografia sulla vita e gli amori del compositore bisessuale…

Roma. L’America degli anni 30, le canzoni di Cole Porter, leggerezza e lustrini, romanticismo e ombre, sono questi gli ingredienti di «De-Lovely – Così facile da amare», il musical dedicato a Cole Porter, diretto dal veterano Irwin Winkler, che ha chiuso lo scorso festival di Cannes e arriva ora nelle nostre sale. I protagonisti Kevin Kline e Ashley Judd sono arrivati a Roma (a Villa Medici, per rendere omaggio ai trascorsi parigini di Porter) assieme a Winkler per il lancio italiano del film e il regista ha fatto notare come, a Hollywood, il musical «è rinato dopo un lungo periodo di sonno, in cui sembrava che al pubblico interessassero solo i film d’azione pieni di effetti speciali».
«Molto del merito di questa rinascita va senza dubbio al successo ottenuto da “Chicago”», ha puntualizzato Winkler, «ma è fisiologico che nei momenti più bui della storia dell’umanità il pubblico cerchi di trovare sollievo al cinema con pellicole più leggere». In realtà «De-Lovely» come musical è abbastanza anomalo, visto che si tratta fondamentalmente di un biopic, un film-biografia sulla vita e gli amori del compositore bisessuale. Winkler ha attinto dal repertorio di oltre 1200 canzoni composte da Porter, per raccontarne in musica i sogni e i tormenti, facendole reinterpretare da alcuni grandi del pop e del rock come Elvis Costello, Alanis Morissette, Diana Krall, Robbie Williams, Sheryl Crow, Mick Hucknall, Nathalie Cole, anche se la scena è tenuta dalla maestria di Kline che, per l’occasione, suona e canta. «Il ricordo più bello di questa avventura cinematografica? Siamo in Lussemburgo e, giunti alla fine del film, ci diamo appuntamento in un bar per brindare. Arriva Kevin con i capelli appena lavati e io, per un attimo, stento a riconoscerlo. Il fatto è che fino a pochi minuti prima lui “era” Cole Porter, così come lo era stato per tutte le riprese: rendermi conto di quanto avevamo vissuto immersi in quella realtà mi ha emozionato moltissimo». Così Ashley Judd ha reso omaggio al talento del suo partner cinematografico, che ha condotto con classe e ironia l’incontro stampa.
Signor Kline, come si diventa Cole Porter?
«Per sei mesi buoni ho dovuto fare pratica al pianoforte, perché non sentivo adeguato il mio modo di suonarlo, poi ho letto quattro o cinque biografie per conoscerne bene la sua vita. Alla fine, però, quello che contava era trovare una via onesta per rendere l’uomo. Ci sono momenti della sceneggiatura in cui Cole è veramente odioso, insopportabile, e ho adorato recitarli, perché non amo le biografie che idealizzano il protagonista, rendendolo inumano. Cole Porter era un artista e quindi, come ogni artista, aveva un lato oscuro, egomaniaco, spietato».
Recitare un personaggio reale è più complesso che cimentarsi con uno immaginario?
«La forma del musical aiuta. Per un attore recitare un altro attore è naturale, conosco la recitazione meglio della medicina, sarebbe più difficile interpretare un medico».
Lei è un attore eclettico, passa con facilità dalla commedia al dramma. Questo le ha creato problemi?
«No, ma mi ha spinto a rifiutare spesso proposte di ruoli che ricalcavano quelli di film precedenti. Recitare sempre lo stesso tipo di film mi annoierebbe e se mi annoio io non riesco a immaginare quanto potrebbe farlo il pubblico».
In «Dave» lei è stato presidente degli Usa, avrebbe qualche consiglio da dare al suo collega Bush?
«Avrei così tante cose da dire a mr. Bush, ma non sono sicuro che lui mi capirebbe. Preferirei allenare Kerry per i suoi comizi: vorrei fargli ritrovare la spontaneità che aveva quando era tornato dal Vietnam, perché oggi parla in modo poco immediato, con troppa retorica politica. Comunque, alle elezioni successive a quelle in cui vincerà Kerry concorrerò per la presidenza e perderò, battuto da Hillary Clinton. Almeno questa è la mia speranza. Potrei sempre farle da vice».

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