Dalla rassegna stampa Cinema

ALMODÓVAR L’IMPRESENTABILE

Il cross dressing d’occidente comincia nella Spagna zapatera
…Cazzoni e cazzetti, qualcuno con lo spruzzo, sbucano dietro i manifesti cinematografici strappati …


Graffiti osceni e scritte da cesso annunciano l’ultimo film del cattivo ragazzo Pedro Almodóvar. Cazzoni e cazzetti, qualcuno con lo spruzzo, sbucano dietro i manifesti cinematografici strappati, stile Mimmo Rotella. Solo i registi mediocri sbagliano l’attacco, cincischiano, si lanciano in noiose premesse prima di entrare in materia.
Lo spagnolo, che è bravissimo, va subito al dunque. Vuol parlare di passioni carnali tra maschi, e da lì comincia. Senza deviare di un millimetro, senza distrarsi un attimo.
A costo di scontentare chi – dopo “Tutto su mia madre” – lo ha adottato come campione dell’amore materno. A costo di farsi levare il saluto da chi – dopo “Parla con lei” – gli ha assegnato ad honorem la tessera dell’associazione “Svegliarsi dal coma si può”. A costo di scandalizzare chi – sentite le dichiarazioni sul tentato colpo di stato di Aznar post 11 marzo, poi smentite perché con il cronista “non si erano capiti” – lo ha salutato come bravo figlio della Spagna perbene e zapatera.
Sembrava che avesse finalmente messo la testa a posto, dopo aver fatto il matto in calze nere a rete, filo di perle, scarpe rosse con la zeppa nel complessino Almodóvar & McNamara, quando Madrid era in piena movida (lui ancora lavorava alla compagnia dei telefoni, prendendo aspettative per girare le prime pellicole). Sembrava che fosse riuscito a diventare adulto smussando le punte taglienti dei primi film, zeppi di travestiti, di suore drogate, di casalinghe assassine, di giovanotti smaniosi con il pacco in bella vista, di ragazzini ceduti al dentista in cambio di uno sconto, di amanti che si infliggono lo stesso colpo di grazia dei tori. Ora si veste sempre e solo di nero, riceve i giornalisti negli uffici ordinatissimi della casa di produzione El Deseo, avviata con il fratello Agustín, dichiara di condurre una vita solitaria lontana dall’alcol e dalla droga.
Una foto-manifesto di qualche anno fa lo ritrae invece vestito da torero, ma con in testa una leggiadra acconciatura da ballerina di flamenco.
Da qualunque parte lo si voglia prendere, l’ultimo film rende il regista della Mancha di nuovo impresentabile nella buona società. Colpa di un pompino insistito fino a “restar senza labbra”, mentre il fortunato ronfa tra le lenzuola. Colpa di un provino condotto portandosi a letto, assai brutalmente, il candidato al ruolo. Che pure lo aveva chiesto, ma poi non sembra entusiasta del risultato (come diceva Truman Capote, nulla è peggio delle preghiere esaudite).
Colpa di un adulto e di un giovanetto che si palpeggiano su un divano muniti di videocamera, mentre nella stanza accanto sta il terzo incomodo, da eliminare appena si presenta l’occasione.
Pare che il regista abbia rinunciato in extremis (e molto a malincuore) al suo manifesto prediletto, tra le varie proposte avanzate dai disegnatori: mostrava un sesso maschile disegnato con il gesso sulla lavagna, e intorno il titolo del film. Lo sostituisce il ragazzino in canottiera, calzoncini, scarpe da tennis, orecchione a sventola dentro il bollino rosso. Il sacrificio non basterà per riscattare una storiaccia dark, benissimo girata ossessiva e monomaniacale.
Un labirinto di passioni spietate, con finale tragico, ma prive di ogni risvolto che ispiri tenerezza, compiacenza o simpatia. Perfino l’attore Fele Martínez (debuttò con Alejandro Amenábar, qui ha il ruolo del regista in cerca di qualcosa da raccontare, un po’ in crisi dopo tre film di successo) sembra scelto fra mille solo in virtù della sua algida freddezza.
* * * La montagna di articoli già apparsi a commento de “La Mala Educación” (il film ha aperto l’ultimo festival di Cannes, sarà nelle sale italiane venerdì 8 ottobre) punta sull’anticlericalismo, sui preti pedofili, sui collegi dove fu traviata la meglio gioventù spagnola più o meno coetanea del regista, nato con gli anni Cinquanta. La data esatta dovrebbe essere il 1949, ma come le signore vanitose il regista non smentisce chi la avanza di un po’. Va fortissimo la lettura sociologica, molto più pratica e maneggevole dei traffici passionali. Poco importa se Almodóvar ripete a ogni intervista che il suo è un film noir, mica una pellicola di denuncia.
Se avesse voluto accusare i salesiani o vendicarsi della chiesa cattolica – insiste – lo avrebbe fatto senza aspettare tutto questo tempo. Sul Magazine del New York Times, a proposito di Padre Manolo (il prete che insidia i ragazzini, preme i bottoni della tonaca contro le loro schiene, ne caccia uno dal collegio per attacco di furiosa gelosia) spiega: “E’ il mio personaggio preferito.
Adoro i personaggi pronti a dare la vita per la loro passione, anche se poi bruceranno all’inferno”.
Il film omaggia e celebra la femme fatale, facendola diventare (tanto per ribadire il punto in questione) un homme fatale. Basta ricordare anche vagamente uno qualsiasi dei noir che Almodóvar prende a esempio – dalla “Fiamma del peccato” a “Femmine folli”, dalla “Bestia umana” a “Teresa Raquin” – per capire che raccontano fremiti, sguardi proibiti, corpi ansimanti, “fiori del mio segreto”, intrighi dove l’unica legge è quella del desiderio. “La fiamma del peccato” non parla di assicuratori, né “La bestia umana” di ferrovieri, né “Teresa Raquin” di vecchie paralitiche e di negozietti.
Annunciato nei titoli di testa che parlerà di maschi, Almodóvar mantiene la promessa con sovrana sfacciataggine. Per uno che preferiva (cinematograficamente parlando) le donne agli uomini, il cambiamento è radicale.
Del regista che cento volte ha dichiarato “Scrivo meglio per i personaggi femminili, gli uomini sono noiosi dal punto di vista drammaturgico” si sono perse le tracce. Le femmine, onnipresenti in “Tutto su mia madre”, in “La Mala Educación” si riducono a poco e niente: una genitrice che compare per qualche minuto, una vecchietta che fa da spalla comica, qualche primo piano di Sara Montiel (mitica attrice spagnola degli anni Sessanta che compare sullo schermo quando adulti e bambini si imboscano al cinema e scoprono che il meló parla dei loro segreti). Le altre presenze donnesche sono travestiti: fascinosi e canterini come la Zahara del messicano Gael García Bernal; patetici come Paquita (l’attore Javier Cámara, ovvero l’infermiere Benigno in “Parla con lei”, strepitosamente bravo e rubascena anche qui); classici come Sandra, imitatore di Sara Montiel in un locale madrileno, e all’occorrenza maestro di gestualità e cross-dressing.
* * * Le sacre regole vogliono che la femme fatale sia crudele, spietata, doppiogiochista e assassina. Ma anche meravigliosamente agghindata, sexy, concupita dalla macchina da presa fin dove si può. Almodóvar trasferisce pari pari il modello sull’homme fatal. Attorno alla piscina, costruisce una scena che finirà nelle antologie. Per il tipo di mutanda indossata da Bernal, sapientemente floscia, a costine e con debita apertura. Per il gioco “me la tolgo o non me la tolgo?”. Ovvero: mi si nota di più se faccio il bagno a culo nudo come il padrone di casa, oppure se faccio il timido, e la mutanda la tengo addosso, che bagnata diventa anche un po’ trasparente (e poi la posso dimenticare qui e tornare a prenderla con una scusa). Tutto vero, non abbiamo inventato niente. Se della scena non troverete eco altrove vuol dire che l’effetto lettera rubata di Edgar Allan Poe funziona sempre e comunque: per nascondere qualcosa, la tecnica migliore è sistemarla sotto gli occhi dello spettatore. Ci sono buone probabilità che il critico, uso a decifrare significati nascosti trascurando la superficie, cada nella trappola. Magnifica anche la scena in cui Bernal fa le flessioni in calzoncini (pare che Jean-Paul Gaultier abbia dato una mano al costumista per renderli ancora più sexy) sotto gli occhi del padre Manolo che ormai ha buttato la tonaca alle ortiche. Un piegamento da palestra, poi un secondo piegamento un po’ meno da palestra e un po’ più da cubista. Il terzo toglie ogni dubbio: le chiappe ondeggiano invitanti a suon di musica, calamitando gli sguardi. Prima ancora, quando un bel giovanotto suona alla porta e si presenta come il compagno di scuola amato e perduto (i due non si erano più visti dopo la cacciata del collegio), la curiosità del regista e la gelosia del produttore che stava lavorando con lui sono ferocemente sensuali.
* * * Da oltre dieci anni, Almodóvar teneva il copione di “La Mala Educación” nel cassetto.
Ogni tanto lo tirava fuori, lo ritoccava, lo rimetteva via. Avrebbe potuto continuare così per un altro decennio, ha fatto sapere, tanto la storia gli stava a cuore. Il periodo del “fa e disfa” sulla sceneggiatura coincide con l’epoca in cui lo spagnolo esce dal ghetto dei registi di culto per pochi estimatori, e approda all’Oscar. Il primo film “per tutti” (dopo i riusciti ma tostissimi “Matador” e “La legge del desiderio”) fu “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, girato nel 1988. La consacrazione a regista definitiva arrivò nel 1999 con “Tutto su mia madre”. Pedro lavorava come Penelope: di giorno congegnava film che smussavano gli spigoli e gli eccessi, di notte coltivava una sua storia segreta.
“Tutto ciò che non è autobiografico è plagio”, dice. Qui non si potrebbe accusarlo di plagio neanche volendo. Il cineasta in cerca di idee ritaglia le notizie di cronaca dai giornali e le incolla su un quadernetto. Non si sa mai da cosa possa nascere una bella trama, quindi tanto vale accumulare materiali. La stessa tecnica usata da Almodóvar per fabbricare “Parla con lei”.
Nella premessa al copione (uscito da Einaudi Stile Libero, che pubblica anche la sceneggiatura di “La Mala Educación”) il regista riferisce che all’origine del film c’erano tre notizie lette sui giornali. Prima: l’inspiegabile risveglio di una donna dopo uno stato comatoso durato dieci anni. Seconda: il guardiano notturno che in un obitorio rumeno violentò una morta, per poi scoprire che la ragazza non era defunta ma solo in catalessi. Per la legge era uno stupratore, e fu condannato. Per i genitori della fanciulla (che gli procurarono un bravo avvocato e gli portavano i pacchi regalo in carcere) era un santo taumaturgo. Terzo: il portantino di un ospedale newyorchese, colpevole di avere messo incinta una ragazza in coma affidata alle sue cure.
Comincia da un ritaglio anche un’altra celebre storia di passione e di prigionia amorosa. Vladimir Nabokov raccontò di aver ricavato l’idea di “Lolita” da un trafiletto letto su una rivista. Riferiva che uno scimpanzé, a cui gli scienziati avevano insegnato a disegnare, tracciò con il pastello le sbarre della gabbia in cui era rinchiuso. Questo racconta Almodóvar, fin dalla “Legge del desiderio”. Nel film del 1987 con Antonio Banderas, una breve scena getta il seme di “La Mala Educación”.
Carmen Maura-Tina entra nella chiesa del collegio dove era stato bambino (non è un errore di stampa, o una svista, nel frattempo c’è stato un cambiamento di sesso). Vede un prete che suona l’organo. E quando il sacerdote chiede, “ma lei chi è?”, la risposta arriva come una mannaia: “Ma come, padre, non ricorda di essere stato innamorato di me?”.
Passione e prigionia amorosa, in tutte le loro combinazioni e nei luoghi dove uno meno se le aspetta. “Parla con lei” non è un film sui risvegli dal coma, o sul modo di trattare affettuosamente chi ha perso coscienza dopo un incidente, o sull’amore che va oltre la coscienza.
E’ un film dove un infermiere bruttino coccola una splendida fanciulla andando molto oltre i doveri professionali. Infatti il padre della fanciulla, l’unico ad avere qualche sospetto, rimane perplesso davanti a tutti quei massaggi, a tutte quelle creme, a tutte quelle chiacchiere e carezze. E’ il massimo dell’innamoramento unilaterale, la messa in scena di un desiderio tanto imperioso da non fermarsi davanti a nulla. Almodóvar lo sa. E infatti si cava dall’imbarazzo inventando un delizioso filmetto muto, proiettandolo in luogo di quel che neanche un ragazzo discolo come lui osa mostrare sullo schermo.
Quando per gli amanti arrivava il momento di rotolarsi tra le lenzuola, la censura d’altri tempi inquadrava le fiamme del caminetto. In “Parla con lei” al posto del camino ammiriamo un fantastico cortometraggio, dove un amante miniaturizzato esplora il seno, la pancia, il sesso dell’amata, fino a penetrarla con tutto il corpo. Di nuovo, funziona il meccanismo della lettera rubata. La scena è così sfacciata da risultare tenera e favolistica. Il regista se la cava alla grande, imitando la gestualità esagerata del muto (e producendo un falso privo di originale, essendo i film spagnoli dell’epoca praticamente inesistenti: il vero modello è “La bambola del diavolo” di Tod Browning). La prova generale era in “Legami”, con il subacqueo a batteria che si infila tra le gambe di Victoria Abril, immersa nella vasca da bagno.
Pupazzetto-vibratore che ora fa bella mostra di sé su una vetrina negli uffici dove Almodóvar trascorre le sue giornate.
* * * Altrettanto geniale e spiazzante era il cuore da trapianto, portato in giro nella borsa termica. La macchina da presa lo pedina nella prima scena di “Tutto su mia madre” (per colpa del titolo italiano del film di Mankiewicz con Bette Davis, che da “All about Eve” diventò “Eva contro Eva”, noi ci perdiamo il riferimento). Solo un materialista convinto poteva aprire così un film da tutti incasellato alla voce “amore materno”. Solo un incallito sostenitore della falsità, della simulazione, del travestimento come antidoto alla natura e all’autenticità, poteva mettere in bocca alla bella e finta Agrado l’esilarante monologo che la fanciulla pronuncia, indicando le tette artificiali e le labbra gonfiate, e gli zigomi nuovi di chirurgo, e tutte le pesetas spese per diventare finalmente quel che voleva diventare. Che fosse un film sulle mamme, lo abbiamo scoperto leggendo i giornali. Visto al cinema, pareva una storia dove prima una donna e poi una suora vanno a letto con un travestito.
Dove “un macho con le tette” si ritrova padre di due figli. Dove uno si sceglie il sesso che più gli aggrada. Dove l’abito (e soprattutto i tacchi alti) fanno il monaco.
Dove il massimo della femminilità è appannaggio dei maschi. Dove il tormentone è una frase di Tennessee Williams (da un “Tram che si chiama desiderio”) che recita: “Ho sempre fatto affidamento sulla gentilezza degli estranei”.
La svolta verso il noir duro e puro, dopo tanto melodramma, perde per strada un bel po’ di lacrime. In “Parla con lei” piangeva senza ritegno anche Darío Grandinetti, amico della torera ferita e in coma.
Le scene nell’arena fecero infuriare gli animalisti. Mentre il languido e straziante rifacimento di “Cucurrucucù Paloma”, con la voce di Caetano Veloso, mise a dura prova i nervi di tutti quelli che non amano le sviolinate in presa diretta. Meglio la durezza di Padre Manolo, che quando si presenta all’improvviso sul set annuncia al regista “sono il cattivo del tuo film”.
Forse è la fine dell’Almodrama. L’addio al Pedro che piacque a tutte le mamme del mondo.

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