Dalla rassegna stampa Cinema

«Dopo i preti un film sui fantasmi»

Almodóvar a Roma per il lancio italiano de «La mala educación» …il personaggio positivo è una tenera madre (unica esile presenza femminile) che accetta il figlio per quello che è…

ROMA – Sparite da La mala educación , in uscita l’8 ottobre, le donne si prenderanno la rivincita nel prossimo film di Pedro Almodóvar: «Tre generazioni al femminile per parlare di fenomeni paranormali, dove sono nato io la gente crede molto nei morti che ritornano e nei fantasmi». Il Parlamento spagnolo sta per approvare la legge che riconosce matrimoni gay. «Se il mio cinema può aver influenzato questa decisione? Magari», risponde il celebre regista. Dice che la società è migliore della classe politica e anche del cinema. «Io non sono uno spettatore televisivo, è quasi tutta spazzatura, aborro il Grande Fratello ma nell’ultima edizione spagnola c’è un trans, una donna divenuta uomo, trattato come gli altri, e così nei programmi trash sulle corna degli omosessuali si parla alla stessa maniera degli eterosessuali. Questo ha contribuito a guardare la realtà con più tolleranza».
Amanti che si riprendono con la cinepresina ardenti di desiderio, sguardi rivolti nelle zone proibite. Presentato al Festival di Cannes, sta per arrivare il film più scabroso di Pedro Almodóvar. I protagonisti de La mala educación sono Fele Martinez e Gael Garcìa Bernal (era il giovane Che ne I diari della motocicletta ), e tutti e due ricordano la vibrante tensione sul set, il perfezionismo e allo stesso tempo la semplicità di Almodóvar. Nel raccontare la storia di un prete pedofilo e di due ragazzini colti al loro primo amore, uno diventerà regista e l’altro trans, il regista spagnolo si è ricordato dei suoi trascorsi nel collegio salesiano. Almódovar ha scelto di raccontare un film nel film, sgranando come in rosario alla rovescia le ipocrisie, il senso del peccato, i castighi. «Ma non è un lavoro esattamente autobiografico, anche se i ricordi hanno avuto il loro peso. Nessun prete ha mai abusato di me». Per salvare il suo sentimento è costretto a vendersi al prete: «Non cerco lezioni morali, non è un regolamento di conti con il clero, se avessi avuto bisogno di vendicarmi non avrei aspettato così tanto, la chiesa non mi interessa, nemmeno come antagonista. Attenti a giudicare, la violenza del cinema è diversa da quella della vita, altrimenti Tarantino e prima Peckimpah sarebbero andati in prigione».
Nei sali e scendi di un melodramma tutto giocato sulle simmetrie, su un vulcano orlato da angeli vendicatori, l’identità del protagonista sarà svelata dalla finzione cinematografica, attraverso il film che il regista sta girando. «Il cinema è stata la mia vera educazione, era nella stessa via del collegio. No, quel regista non sono io – sorride Almodóvar – anche perché non prendo i suoi rischi, io non vado a letto con le persone con cui lavoro». C’è l’educazione delle buone maniere e c’è la formazione accademica, «che nel mio caso è stata religiosa, pessima, i professori non erano affatto qualificati, più che a formare lo spirito hanno pensato a deformare lo spirito di noi bambini».
È un noir che attraversa tre epoche (’64, ’77, ’80), in un gioco di specchi che riserba continue sorprese, dove il personaggio positivo è una tenera madre (unica esile presenza femminile) che accetta il figlio per quello che è, «tutti gli altri sono cattivi o peggio dei cattivi, ma forse nemmeno, perché decidono la loro vita in maniera libera, e scelgono le opzioni più cupe. Sono personaggi condannati a un destino fatale, consapevoli di ciò a cui vanno incontro. Non è un film confortante, non è di quelli da cui esci bene, come dicono gli americani; volevo indagare nell’oscurità del cuore umano».

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