Dalla rassegna stampa Cinema

Almodóvar: «Il cinema mi ha salvato dai preti»

IL REGISTA IN ITALIA PER PRESENTARE «LA MALA EDUCACIÓN»

«Anche io sono stato educato in collegio religioso. Ma a differenza del mio protagonista non mescolo mai vita privata e professionale»

ROMA
Pedro Almodóvar parla del suo ultimo film «La mala educación» presentato a Cannes questa primavera e in sala da noi dall’8 ottobre come fosse una costruzione geometrica. «Sono due triangoli. Nel primo c’è un prete preso di passione per un ragazzino che a sua volta vuol bene a un altro ragazzino: l’abuso sessuale praticato in collegio segnerà per sempre i tre destini. Nel secondo triangolo, vent’anni dopo, il prete s’è spretato, ha moglie e figli, fa l’agente letterario mentre il ragazzino amato, pur scrivendo racconti autobiografici, è un transessuale disperato senza più bellezza e perciò fuori da ogni triangolo amoroso. Lo sostituisce, nella personalità e nel fascino, un fratello più giovane che, sperando di diventare un attore di grido si presenta dall’altro ragazzo, che è un regista di successo alla ricerca di un soggetto per il suo nuovo film. E’ la contrapposizione tra questi due triangoli che costituisce il meccanismo della storia». Almodóvar definisce questo film un noir come «La mia droga si chiama Julie» di Truffaut o un horror come «Seduzione mortale» di Preminger. Ma dal momento che l’autore è lui, il film somiglia piuttosto a un melodramma a tinte fosche che sonda gli abissi oscuri dell’animo umano, suscitando perfino un certo disagio di fronte all’orrore. Almodóvar che per dieci anni ne ha scritto e riscritto la sceneggiatura, ha tagliato nel montaggio molte scene rimesse al loro posto nel futuro DVD, ha usato ricordi personali della sua vita in collegio senza cadere nella biografia, fa fatica stavolta a staccarsi dal film per spaziare verso temi generali. Anzi, più le domande incalzano, più lui entra dentro il suo lavoro, spiegandolo e rispiegandolo sequenza per sequenza, nei particolari tecnici come in quelli narrativi. Ha fatto i capelli grigi, Pedro Almodóvar e ride di meno, di sé e degli altri. Ma resta un uomo sincero: «Ho paura che mi si faccia dire cose che non ho detto e pensare cose che non ho pensato», spiega.

Cos’è «La mala educación»?
«L’educazione può essere quella delle buone maniere. E non mi interessa. Oppure può essere quella formativa dei sentimenti e dell’intelletto. Ed è quella di cui parlo. Dunque, l’educazione che negli anni sessanta ci impartivano i preti in collegio per me è stata pessima, soprattutto perché gli insegnanti, tranne quello di matematica, non erano qualificati. Più che formarci ci hanno deformato. Ho imparato molto di più dai film che andavo a vedere una volta a settimana nel cinema vicino il collegio».
Quanto c’è di autobiografico in questa storia?
«C’è che sono stato anch’io educato dai preti. Che fin da bambino amavo il cinema. Che cantavo nel coro della chiesa. Che mi piace la liturgia cattolica. Che adoro la simmetria e compro gli oggetti in coppia: per questo apro e chiudo il mio film con due porte. Che faccio il regista come uno dei protagonisti della mia storia. Ma lui non è il mio alter ego. Lui rischia personalmente pur di avere un soggetto da filmare, io la mia vita privata la vivo fuori dalle riprese. Per esser chiari: lui va a letto col suo attore, io non lo farei mai».
C’è qualcuno di questi personaggi a cui si sente più vicino?
«Il prete spretato. So che rappresenta il cattivo, il male, la perdizione, ma mi attrae perché è capace di lasciarsi trasportare dalla passione senza badare al prezzo da pagare. Piacerebbe anche a me esserne capace».
Come mai dopo «Tutto su mia madre» e «Parla con lei», due opere che s’aprivano alla speranza, questo che la speranza la nega?
«Volevo fare una indagine da detective sulla violenza dell’animo umano. Non volevo proporre una lezione morale. Ma il cinema ha questo di bello: si finge e fingendo si può fare di tutto. Anche uccidere».
Lei è considerato un regista capace di straordinari ritratti di donne, qua invece donne non ci sono.
«Vorrei esser considerato anche un buon regista di uomini».
La Spagna sta pensando a proporre leggi molto libertarie, che oltre al sesso maschile e femminile ne prendano in considerazione un terzo: crede che il suo cinema abbia contribuito a quest’apertura?
«Magari. E’ il paese che è migliore dei suoi politici e dei suoi cineasti. Piuttosto qualcosa lo ha fatto la televisione. La guardo poco e detesto il “Grande Fratello”. Ma nell’ultima edizione c’è un gay e i suoi problemi sentimentali vengono trattati come quelli degli altri. Forse questo ha aiutato».
Che sta preparando?
«Come sempre lavoro a più soggetti. Quello pronto è una storia di paese su morti che parlano e apparizioni di fantasmi. Io non ci credo ma mia nonna, mia madre e mia sorella sì. E così potrei tornare a parlare di donne».

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