Dalla rassegna stampa Cinema

Pedofilia, delitti e misteri nel noir firmato Almodovar

Presentato oggi a Roma “La mala educacion”, ultima fatica del grande autore spagnolo. Nelle sale italiane dall’8 ottobre

Il regista: “Racconto l’oscurità del cuore umano, attraverso
un triangolo amoroso in cui tutti mostrano il lato peggiore”

ROMA – Pedro Almodovar, in Italia per presentare La mala educacion, avverte subito la platea di cronisti: “Questo non è un film edificante, o una commedia romantica, ma un’esplorazione nell’oscurità del cuore umano”. Una storia di preti pedofili e transessuali, di delitti e di misteri, da giudicare, secondo il suo autore, “senza i canoni manichei del Bene e del Male”. Come nella migliore tradizione del genere noir, a cui esplicitamente si richiama.

Insomma una vicenda dura, senza ottimismo e facili consolazioni. Al centro del film (nelle sale italiane dal prossimo 8 ottobre) ci sono due giovanissimi studenti di collegio, Enrique e Ignacio: tra loro nasce l’amore, ma un sacerdote invaghito di uno dei due li divide. Vent’anni più tardi Enrique (Fele Martinez), diventato regista, riceve la visita di un uomo (il divo emergente Gael Garcia Bernal) che afferma di essere il suo compagno di allora. E che gli porta un racconto basato sulla loro infanzia, proponendo di farne un film. L’altro accetta, ma nel corso delle riprese scoprirà che dietro quel racconto c’è una grande menzogna. E una storia (vera) di violenza, passioni esasperate e omicidi.

Almodovar, uno stile diverso rispetto a Tutto su mia madre e a Parla con lei…
“Qui non ci sono personaggi positivi, ma uomini che decidono la loro vita liberamente, scegliendo le opzioni più cupe possibili; ma almeno hanno l’onestà di non lamentarsi delle conseguenze delle loro scelte”.

Cosa intende col titolo La mala educacion?

“In Spagna (come in Italia, ndr) il termine educazione ha due significati: formazione scolastica e buone maniere. Io qui intendo in primo luogo l’educazione religiosa, la stessa che ho ricevuto io: pessima, dal punto di vista dell’apprendimento. E poi intendo anche la formazione, anzi la deformazione – malefica, intenzionale – dello spirito dei bambini”.

Un’ottica tutta negativa?
“Certo non è un film che offre conforto: il cinema permette però di parlare del peggio dell’essere umano trasformandolo in qualcos’altro. E il noir parla sempre del peggio: per questo mi affascina. Comunque alla fine il personaggio del regista, che ha rischiato tutto se stesso, riesce a sopravvivere: e questo è un fatto positivo in sé. Così come è positivo che continuerà a fare con passione il suo lavoro”.

Come in tanti noir, al centro di tutto c’è un triangolo amoroso?
“Sì. All’inizio c’è un sacerdote, che ha il potere, e questi due ragazzini. Poi ritroviamo i tre personaggi vent’anni dopo, e sentiamo la stessa storia narrata in tre versioni diverse: quella del racconto, quella del film da cui il racconto è tratto, e quella del prete. Il tre è il numero-chiave della vicenda”.

Una storia poco adatta ai moralisti…
“Se si dovesse giudicare un film sulla base della morale, registi come Tarantino dovrebbero andare in galera! In Kill Bill tutti uccidono tutti, ma la rappresentazione della violenza in un film ha valore artistico”.

Un altro elemento forte della vicenda è la passione dei protagonisti per il cinema.
“E’ vero. E il cinema ha anche una funzione di educazione alternativa: quando studiavo c’era una sala cinematografica nella strada del mio collegio, e ho imparato sicuramente più lì”.

E poi c’è un fatto insolito per lei: l’assenza di personaggi femminili.
“Quando ho cominciato a scrivere non lo sapevo, me ne sono reso conto solo alla fine. Sono considerato un grande regista di donne; ora almeno vedranno che sono anche un bravo regista di uomini… E comunque un personaggio femminile – e positivo – c’è: quello della madre, che accetta i figli per quello che sono”.

Una curiosità: perché nella colonna sonora c’è Cuore matto di Little Tony?
“E’ una canzone che conosco da tempo, anche nella versione di Rita Pavone. Nel mio paese negli anni Sessanta ascoltavamo tanta musica pop italiana: nella mia collezione ho vari dischi di quel periodo, conosco Milva, Mina, la Caselli. E poi ‘cuore matto’ è un’immagine che rappresenta me e il mio film”.

In Spagna si studiano leggi che ammettono le unioni gay: merito anche dei suoi film?
“Magari! Io credo però che dipenda anche dalla tv: che fa spazzatura, ma che tratta allo stesso modo le coppie etero o omosessuali. Ad esempio, nell’ultima serie del ‘Grande fratello’ c’è un transessuale maschile”.

Progetti futuri?
“Come sempre sto scrivendo tante cose. Ho quasi ultimato una storia, una commedia, su tre generazioni di donne. Ci sono anche elementi paranormali: io non credo ai fantasmi, alle apparizioni dei morti, ma le persone della mia famiglia sì”.

(27 settembre 2004)

da repubblica.it

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