Dalla rassegna stampa Cinema

Farrell, lo scandalo è la parrucca

La cosa più brutta vista al festival finora è la parrucca di Colin Farrell in Una casa alla fine del mondo…

MEZZANOTTE–«Una casa alla fine del mondo» è in ritardo sui tempi

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VENEZIA – La cosa più brutta vista al festival finora è la parrucca di Colin Farrell in Una casa alla fine del mondo. E’ posticcia e crespa, letteralmente inguardabile. Il dato scontato è che quelli siano, nella finzione, i veri capelli del protagonista. Ci vogliono almeno quaranta minuti (di cui venti «sulla» testa dell’attore che interpreta lui da giovane) perché finalmente se li tagli, con una conseguenza immediata: da omosessuale sperimenta il suo primo rapporto etero, tornando a essere, a livello di look, il Farrell attraente che tutti conoscono.

Tratto dall’omonimo romanzo di Michael Cunningham (premio Pulitzer per The Hours), Una casa alla fine del mondo, passato nella sezione Mezzanotte, è un film che arriva con quasi quindici anni di ritardo. Lo si doveva fare subito, nel 1990, quando uscì il libro. Perché la storia di due giovani amici-amanti che crescono insieme e scoprono il sesso (e la marijuana) negli anni ’60, e negli ’80 tirano fuori la loro voglia di tenerezza con un’amica (Robin Wright Penn) che dà un figlio a uno dei due e crea i presupposti per una famiglia allargata, raccontata oggi, e soprattutto in quel modo, non funziona più.

Dietro la macchina da presa c’è l’apprezzato regista teatrale Michael Mayer. Qui è al suo debutto nel cinema, ma non riesce a evitare stereotipi e trappole. E nemmeno scelte ovvie e banali in colonna sonora: dai Jefferson Airplane a Bob Dylan, fino a Suzanne di Leonard Cohen. Anche il tema della malattia (l’Aids) paga un approccio incredibilmente scontato. Produce l’attore Tom Hulce, sceneggia lo stesso Cunningham, si salva Sissy Spacek nel cast. Non basta, però, per raggiungere la sufficienza. E le tanto sbandierate scene di nudo di Colin Farrell, impietosamente cadute sul pavimento della sala di montaggio, sanno più di trovata pubblicitaria che altro. Se anche ci fossero state, non sarebbe cambiato nulla.

Chirurgico, freddo e metallico come sempre, è invece Shinya Tsukamoto. A Venezia due anni fa con A Snake of June, oggi, col nuovo Vital è nella sezione Orizzonti a riaffermare che l’ossessione del suo cinema è il corpo. In seguito a un incidente, il giovane Hiroshi perde la memoria ma si rimette fisicamente. Si iscrive a un corso universitario di autopsia, dove inconsapevolmente seziona la propria ragazza morta. I ricordi cominciano a riaffiorare, perché l’amore non si spegne e, come in Birth e altri film del festival, va oltre la vita.

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