Dalla rassegna stampa Cinema

Colin Farrell a caccia di felicità in «Una casa alla fine del mondo»

…pionieri di un nuovo universo antropologico e culturale (dove la componente gay, più che un must, deve diventare platealmente normale), i protagonisti metaforizzano le complicate relazioni moderne, approfondiscono la definizione di «famiglia» e chiariscono la necessità di crearsi una propria …

DALL’INVIATO
Venezia. «Una casa alla fine del mondo», sezione Mezzanotte, ribadisce l’interesse suscitato da Michael Cunningham, l’autore di «The Hours», che incarna l’attuale top della letteratura newyorkese popolare-progressista. Trasposto dal romanzo omonimo (Bompiani) dal regista teatrale Michael Mayer, il film dispiega il percorso esistenziale di due amici dalla periferica Cleveland degli anni Sessanta alla Big Apple degli Ottanta, ricorrendo purtroppo a cadenze convenzionali, ad approcci psicologici telefonati e a complicità tra l’emotivo e l’intellettuale poco sorvegliate e trasfigurate.
Bobby (Colin Farrell) e Jonathan (Dallas Roberts), reduci da esperienze infantili traumatiche, consolidano le affinità elettive formando un terzetto con la solare Clare (la sempre intensa Robin Wright Penn) nelle mitiche atmosfere del Village bonariamente scapestrato: pionieri di un nuovo universo antropologico e culturale (dove la componente gay, più che un must, deve diventare platealmente normale), i protagonisti metaforizzano le complicate relazioni moderne, approfondiscono la definizione di «famiglia» e chiariscono la necessità di crearsi una propria felicità al di fuori degli schemi emotivi e sociali.
Nulla di sbagliato, ma neppure di nuovo, se non che certi attori americani sanno rendere convincente anche la banalità e una colonna sonora comprendente meravigliosi sempreverdi come «Somebody To Love» degli Jefferson Airplane, «Just Like a Woman» di Bob Dylan o «Because the Night» di Patti Smith può conferire calore persino alla fredda premeditazione professionale.
v. ca.

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