Dalla rassegna stampa Cinema

Venezia 61 - Lesbiche e stalloni, l'America confusa di Spike Lee

…Alla Mostra c’è chi grida allo scandalo, forse non sgradito ai fini del lancio del film, soprattutto perché il finale prefigura la possibilità di una famiglia allargata con membri indifferentemente etero, omo e bisessuali…

Il regista, giurato al Lido, presenta il suo «Lei mi odia», con Monica Bellucci
L’amore, probabilmente

VENEZIA LIDO Spike Lee è qui alla Mostra di Venezia in giuria. Lo si vede tutte le mattine all’hotel Des Bains concedersi rilassanti e abbondanti colazioni, mentre la moglie e i due figli fanno i loro giri a San Marco o stazionano in piscina. Indossa occhiali con montatura in tartaruga molto anni Settanta, coloratissime tute da basket o camicie a scacchi rosa e nero con delizioso cappellino tinta su tinta, non proprio di gusto europeo. Ma gli si perdona tutto, vieppiù dopo il suo penultimo film, La 25.ma ora, un autentico capolavoro sulla New York sconcertata e quasi inghiottita dal Ground Zero dell’11 settembre 2001. Film che peraltro ha battezzato il bel programma televisivo de La7 curato da Elisabetta Arnaboldi, intitolato appunto La 25.ma ora – Il cinema espanso, la cui nuova serie è stata illustrata ieri al Lido dal direttore di rete Antonio Campo Dall’Orto.
Anche Spike Lee, 47 anni, ieri era di scena – naturalmente fuori concorso – con She Hate Me (Lei mi odia), il nuovo film realizzato, con Anthony Mackie, Kerry Washington, Woody Harrelson, la rediviva Ellen Burstin col suo naso un po’ dadaista che andava per la maggiore negli anni Ottanta, il giovinazzese di Brooklyn John Turturro e Monica Bellucci costretta a dare forfait al festival perché ormai a meno venti dal parto. Un film spiazzante, She Hate Me, non foss’altro perché contiene almeno due storie non sempre amalgamate alla perfezione. Da una parte c’è un top manager afroamericano di una grande azienda farmaceutica impegnata nella corsa senza scrupoli al vaccino anti-Aids, licenziato e perseguitato perché ha denunciato gli imbrogli finanziari dei suoi superiori. D’altro canto, lo stesso protagonista si ritrova a mettere incinta dietro compenso una dozzina di lesbiche desiderose di maternità, a cominciare dalla sua ex fidanzata e dalla fidanzata di lei, che allestiscono il business del riproduttore (10mila dollari per un amplesso, con tanto di percentuale di un decimo trattenuta per la mediazione).
Alla Mostra c’è chi grida allo scandalo, forse non sgradito ai fini del lancio del film, soprattutto perché il finale prefigura la possibilità di una famiglia allargata con membri indifferentemente etero, omo e bisessuali, e senza l’obbligo di limitare a due i ruoli genitoriali. Insomma, come dire?, una prospettiva non esattamente in linea con la dottrina del Vaticano. Ma noi siamo qui a parlare di cinema ed è da questo punto di vista che She Hate Me lascia perplessi, pur riservando alcuni elementi di interesse e una seconda parte – la sfilza delle copule e delle nascite – a tratti esilarante. Un esempio? Le scene in animazione della «cavalcata degli spermatozoi» alla ricerca dell’ovulo, sulle note di Wagner, che consideriamo un omaggio al Woody Allen di Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere.
Che cosa non funziona, allora? La coesistenza del film sociale sulla perfidia di un’azienda in cui un addetto scientifico arriva a suicidarsi e della commedia rosa-nera (i colori della camicia di Spike, a ben pensarci) con inclusa un’affettuosa parodia del mafioso Turturro, straordinario nell’imitazione del dialogo clou tra Brando e Pacino nel Padrino, nella parte del padre della Bellucci lesbica sensitiva che addirittura percepisce sonoramente il momento esatto dell’ovulazione.
Sembrano due film diversi finiti nello stesso film per uno scherzo del montatore (in moviola, non a letto), anche se una vaga unità d’intenti sta nel sostrato politico che rievoca lo scandalo del Watergate costato il posto a Nixon, mette alla berlina il presidente Bush fin dai titoli di testa e in definitiva promuove un’etica delle relazioni priva di qualsiasi pregiudizio sessuale. Dev’essere così, perché la politica è il vero fil-rouge che corre attraverso tutti i film americani d’inizio stagione e che tutti li coniuga nel segno di un’irriducibile avversità alla presidenza Bush, più o meno manifesta: da Fahrenheit 9/11 di Moore a The Manchurian Candidate di Demme, da The Terminal di Spielberg a Embedded di Robbins.
«She Hate Me è un film estremo – ha detto ieri Spike Lee – mi sono divertito a mettere in scena l’afroamericano che diventa il superstallone. Un uomo-oggetto dopo tanti secoli di donna-oggetto». I matrimoni gay? «Sono dell’idea che due genitori dello stesso sesso siano capaci di fare tante cose compreso accudire e far crescere bambini». E quanto a Bush, una stoccata, ma anche un’opinione inattesa: «Fa bene Michael Moore a fare propaganda contro Bush perché Bush usa i media a suo piacimento. Non sono d’accordo con il presidente su alcunché tranne che sulla clonazione: anch’io come lui sono contrario, non possiamo sostituirci a Dio».

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