Dalla rassegna stampa Cinema

«Pornocrazia» maschilista la donna fa ancora paura

…una veemenza femminista (la donna è l’intrusa, l’impura su cui esercitare violenza) almeno altrettanto narcisistica, funeraria e intellettualmente tirannica. A partire dall’idea che a simboleggiare l’uomo sia una star di film X, impersonante un gay e per di più inesistente come attore…

PORNOCRAZIA» è uno di quei film che è facile stroncare con l’arma dell’ironia, basta raccontarlo. Una giovane donna, Amira Casar, si aggira con aria mesta in un night frequentato da gay e, visto il disinteresse nei suoi confronti, decide di suicidarsi là per là tagliandosi le vene. Salvata da un aitante omosessuale, Amira gli propone un singolare contratto: lo pagherà per guardarla «dove non si può guardare». A questo punto lo spettatore chissà che si aspetta: la Casar è bella, lui è Rocco Siffredi, il noto pornodivo… Ma Pornocrazia non è un film a luci rosse e pretende di essere preso sul serio. Come testimoniano altre sue opere, la regista e scrittrice Catherine Breillat sul sesso fa filosofia, lo usa come chiave di interpretazione dell’impossibile rapporto maschio-femmina, come cartina di tornasole dell’ipocrisia sociale, come ponte arditamente gettato verso la conoscenza e la verità. Cosicché le quattro notti in cui Siffredi penetra nella camera da letto della bella, che si stende nuda sul letto nella posa del famosissimo quadro «L’origine del mondo» di Courbet, non si svolgono all’insegna di un voluttuoso piacere. La Casar tiene lezione a Siffredi sul perché l’uomo teme e quindi reprime la sessualità della donna, mostrandogli gli orifizi proibiti e invitandolo a bere da un bicchiere dove ha ficcato il tampax sporco di sangue. Invece di fuggire a gambe levate, lui si coinvolge al punto di disperarsi quando lo psicodramma si conclude. Diamo pure atto alla Breillat che questo kammerspiel, tratto dal suo romanzo «Anatomia dell’Inferno», ne fa un’ideale bisnipotina del trasgressivo marchese De Sade, sia per il modo di affrontare il tema che per la messa in scena asciutta e impietosa. E tuttavia nel realizzare il suo «teorema di Pitagora sull’oscenità», la Breillat si accanisce contro il malsano e imperante maschilismo culturale con una veemenza femminista (la donna è l’intrusa, l’impura su cui esercitare violenza) almeno altrettanto narcisistica, funeraria e intellettualmente tirannica. A partire dall’idea che a simboleggiare l’uomo sia una star di film X, impersonante un gay e per di più inesistente come attore.

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