Dalla rassegna stampa Cinema

Siffredi da choc con porno baby

…con un inevitabile divieto ai 18 anni e in cui la regista si spinge ancore oltre (forse troppo) sulla strada dell’oscenità e della provocazione…

ROMA Sangue mestruale, tampax, manici di rastrello, primi piani del sesso femminile, filosofia e pornografia e un protagonista che fa sempre discutere, il porno divo Rocco Siffredi. È «Pornocrazia», l’ultimo film di Catherine Breillat che arriva nelle sale il 2 luglio distribuito da Sharada con un inevitabile divieto ai 18 anni e in cui la regista si spinge ancore oltre (forse troppo) sulla strada dell’oscenità e della provocazione.
Non solo. La Eagle Pictures, che avrebbe dovuto curarne la distribuzione home video e dvd, si rifiuta di farlo perchè, in una lettera inviata ad Andrea De Liberato della Sharada, spiega che in questo film ci vede anche «pornografia infantile».
Ecco la storia-scandalo che vede come protagonisti Siffredi e l’attrice Mira Casar, che ha prestato generosamente il suo corpo nudo (ma nelle scene più calde si è avvalsa di una controfigura). Tutto inizia in un locale gay con una prestazione omosessuale, in un luogo dove gli uomini non amano le donne, ma, come spiega la regista, in realtà «nessun uomo ama le donne perchè ne ha paura». Qui Siffredi incontra la Casar e con lei stringe un patto: in cambio di soldi dovrà passare quattro notti con lei per guardarla «dove sono inguardabile».
Prima notte. Lei si stende sul letto nuda e inizia a conversare con lui. Tema della conversazione: l’oscenità del sesso femminile e la paura che suscita nell’uomo. Siffredi dice: «Il sesso femminile ha una pelle infetta come quella della rana che però almeno ha il buon gusto di essere verde». La donna replica: «E’ solo la collera degli uomini contro l’invisibile». Si passa all’azione. Siffredi mette del rossetto sul sesso della donna e poi la prende.
Seconda notte. La donna ha le mestruazioni e lui pensa bene di utilizzare un manico di rastrello per fare sesso con lei. Alla catenina del pornodivo compare un crocefisso d’oro («nessun simbolo, è solo la catenina di Siffredi» spiega la regista), ma a seguire la regia propone un primo piano di un Crocefisso sulla parete della stanza («l’ho scelto perchè è insanguinato e ha il volto che assomiglia a quello della protagonista»).
Terza notte. È di scena il tampax. Lei se lo leva e lo mette in un bicchiere pieno d’acqua: ne bevono entrambi.
Quarta notte. Siffredi fa l’amore con la donna che poi torna, didascalica, sul tema del ciclo mensile: «Questa emorragia viene dal sangue fertile della donna». Siffredi ascolta attento. Segue un dialogo maschilista tra il porno divo e un suo amico.
La Breillat, ieri in conferenza stampa, ha difeso il suo film che è stato tratto da un suo romanzo «Anatomie de L’Enfer», dicendo: «E’ un lavoro iniziatico e filosofico contro un mondo oscurantista che mi porta proprio per questo a fare cinema». Per la regista, che confessa di essersi ispirata a Petrolio di Pasolini e a Georges Bataille, «il sesso resta una questione di potere e non c’è moralità in tutto questo: dovunque c’è la moralità, viene meno la donna. Io sono per l’oscenita».
Infine la scena citata dal distributore Eagle: si tratta di una sequenza con tre adolescenti che giocano al dottore con una bambina. Lei si toglie le mutandine dietro un cespuglio e loro ridono per l’imbarazzo guardandola.

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