Dalla rassegna stampa Cinema

"Il mio teorema sull´oscenità"

Filosofia e erotismo nell´opera-scandalo che il distributore rifiuta di trasferire in home-video

“Papà ha 80 anni e farebbe sesso tutti i giorni, è lui il vero Rocco in famiglia”
“Se ho fatto una buona carriera non è solo per la dimensione: è merito della resistenza”

ROMA – «Un teorema sull´oscenità, una fiaba iniziatica» così la regista Catherine Breillat definisce il suo nuovo film Pornocrazia che arriva nelle sale accompagnato da un alone di scandalo. Sessi esibiti, un armamentario di pietre, rastrelli e tampax per provocatorie performance erotiche contrappuntano una storia dove si alternano manipolazioni dei corpi e esternazioni filosofiche. Vietato ai minori di 18 anni “Pornocrazia” esce il 9 luglio distribuito in 15 copie da Sharada. Intanto la Eagle Pictures si rifiuta di distribuire il film in video e dvd.
Gli interpreti sono Rocco Siffredi e Amira Casar (che nelle scene più hard è sostituita da una controfigura). Il film è articolato in quattro notti precedute da un prologo – l´incontro tra i due in un locale frequentato da omosessuali – e concluso da una fantasia dell´uomo su una scogliera a precipizio sul mare. Lui è un gay, forse un marchettaro, assoldato dalla donna perché, nel corso di quattro notti, la guardi dove nessun uomo l´ha mai guardata. Lei argomenta sulla paura che l´uomo ha del sesso femminile, lui paragona la pelle delle donne a quella del pollo o a quella della rana. Poi si passa alle preoccupanti manipolazioni in cui vengono usati inaspettati strumenti e alla fine si arriva all´amplesso tumultuoso. Tutto questo senza senso del gioco ma con una tristezza infinita. Il sesso è rappresentato in una dimensione fredda, scostante. «Tutta la letteratura maschile sulla sessualità» si difende la Breillat «è di una violenza assoluta verso le donne. Ho voluto raccontare questa violenza. Alla fine diventa un discorso femminista anche se le femministe mi accusano di fare film contro le donne. Mi sono sentita attaccata da tutte le parti». Il nudo è una costante del film. «Il corpo di Amira Casar ricorda in certi momenti quello delle odalische di Manet, in altri il corpo un po´ androgino del desiderio come lo rappresentavano nel Rinascimento. Il corpo di Rocco Siffredi volevo che rappresentasse la solitudine e la disperazione, come quello di un San Sebastiano».

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