Dalla rassegna stampa Cinema

Lesbiche? Le donne indù mai

«Girlfriend» Da due giorni violente manifestazioni di estremisti indu contro un mélo di Bollywood dal gusto lesbico

I fondamentalisti se la prendono con il cinema

Da due giorni proteste e violenze in India sono organizzate da gruppi fondamentalisti religiosi che chiedono il bando di un film commerciale colpevole di raccontare una storia d’amore tra due donne indù (fossero musulmane…). Anche ieri giovani teppisti psicotici hanno strappato manifesti e distrutto cartelloni pubblicitari del film, Girlfriend di Karazan Razdan, nelle città di Jabalpur e di Indore, nello stato centrale del Madhya Pradesh. Nella prima città sono stati frantumati i vetri di un cinema, nonostante la programmazione fosse stata già cancellata.

Le stesse scene di isterica protesta erano avvenute l’altro ieri a Bombay, capitale dell’industria cinematografica (con 800 film prodotti all’anno la prima industria nazionale del mondo), e nella città settentrionale di Varanasi, dove estremisti della destra indù avevano manifestato la loro rabbia bruciando i poster nelle piazze e prendendo d’assalto le sale nelle quali il film veniva proiettato.

L’entità delle proteste ha reso necessario l’intervento della polizia per fronteggiare gli attivisti, appartenenti ai gruppi integralisti indù dello Shiv Sena (Esercito di Dio) e Bairang Dal. Le forze di polizia, schierate all’esterno di decine di cinema di Bombay, New Delhi e altre città del nord che proiettavano Girlfriend, hanno cercato di contenere le violenze e ora presidiano teatri e sale di programmazione. Alcuni membri dello Shiv Sena hanno dichiarato che le proteste non termineranno e che stanno progettando nuove manifestazioni contro il film. «Non permetteremo che un film del genere venga proiettato», ha detto Arun Pathak, un leader del gruppo. «Quello che uno fa in camera da letto o al bagno non dovrebbe essere mostrato pubblicamente». C’è da chiedersi cosa facciano di così inguardabile questi manifestanti «nell’intimità».

Nel 1998 sorte analoga toccò a Fire della regista indiana (che vive e lavora in Canada) Deepa Mehta. Il film, d’arte non di Bollywood, che raccontava della relazione omosessuale tra due donne, ricevette ampi riconoscimenti internazionali ma fu oggetto di forti proteste da parte di attivisti del gruppo integralista indù Shiv Sena. In quell’occasione la regista dichiarò che i rapporti omosessuali erano la norma nella società antica: «I rapporti lesbici sono parte delle tradizioni indiane e il film porta alla luce la sessualità delle donne e l’ipocrisia e la tirannia della famiglia patriarcale». Meena Kambli, la leader dell’ala femminile dello Shev Sena, affermò invece che il film non era solo «un insulto all’antica cultura indiana» ma era anche «contro i concetti di base praticati nella loro tradizione», e aveva aggiunto che non avrebbero permesso che la cultura occidentale influenzasse le menti dei giovani indiani. Però la Corte Suprema indiana decise di proteggere ogni proiezione pubblica del film, perché «è un obbligo dello stato difendere la vita, la libertà e le proprietà dei suoi cittadini». Certo anche il vandalismo fa parte delle antiche tradizioni indù, ma già anticamente veniva perseguitato chi attraverso la violenza pretendeva che le proprie opinioni fossero legge.

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