Dalla rassegna stampa Cinema

Il nuovo film di Spike Lee "La mia invettiva sugli Usa"

…. Insieme a Michael Genet abbiamo fatto molte ricerche sulla psicologia delle coppie omosessuali che desiderano avere dei figli, e sul business che è nato intorno alle banche dei semi. L´aspetto che ci interessava maggiormente era proprio la deriva morale di Jack, ed il fatto che anche questa …

Da Bush allo scandalo Enron: il nuovo film è un pamphlet sul degrado etico

Capitalismo I dirigenti arrestati negli scandali vengono tutti da Harvard, un segno dei tempi
Un cast formidabile con John Turturro, Monica Bellucci, Ellen Barkin, Woody Harrelson

NEW YORK – Il nuovo film di Spike Lee, che uscirà in autunno in Italia per la Mikado, propone un titolo orgogliosamente slang (She hate me invece del corretto «hates»); una riflessione appassionata sull´etica della società contemporanea americana che tratta temi diversi quali lo sfruttamento della piaga dell´Aids, l´omofobia ed i recenti scandali economici; un cast formidabile, che mescola vecchi amici (John Turturro, Lonette McKee, Ossie Davis) con attori con cui lavora per la prima volta (Monica Bellucci, Woody Harrelson, Ellen Barkin, Brian Dennehy ed il protagonista Anthony Mackie) ed i titoli di testa più provocatori degli ultimi anni: una serie di panoramiche che trasformano i bigliettoni verdi della moneta americana in altrettante bandiere, e che si concludono con una banconota che porta il marchio dell´inesistente taglio da tre dollari. La scoperta di un ammontare che in America è considerato sinonimo di truffa e fallimento viene accompagnata dal finale della panoramica, che svela il volto di George W. Bush ed il marchio della Enron al posto della scritta «In God We Trust». «Ho sempre creduto nelle potenzialità dei titoli di testa», spiega nel suo ufficio di Manhattan, dove ha trasferito parte della produzione senza per questo abbandonare l´amata Brooklyn, «ed ho voluto utilizzarli per fare quella che un tempo si sarebbe definita una manifestazione di intenti. Mi auguro ovviamente che il film vada ben oltre questa dichiarazione ironica e indignata, ma nello stesso tempo so che un tema fondamentale di She hate me è proprio il degrado morale della società americana degli ultimi anni, ed in particolare delle devastanti degenerazioni avvenute da quando Bush è alla Casa Bianca».
Cosa imputa al suo presidente?
«La lista sarebbe lunga, e preferisco rimanere ai temi trattati nel film: come giudica il fatto che Kenneth Lay, l´amministratore delegato della Enron era il più fedele compagno di golf di Bush? E cosa dice dei viaggi che facevano insieme all´epoca della campagna elettorale? O il rapporto di Cheney con la Halliburton?».
Lo scandalo Enron, come quelli della Adelphia, Worldcome, ImClone e Tyco hanno investito entrambi i partiti.
«Lo so bene, e infatti parlo di una intera società che è corrotta, che vive nel culto del denaro e che ha bisogno di rigenerarsi. Lo slogan che accompagnerà il film è: “E´ Dio il tuo denaro? O è il denaro il tuo Dio?”. Sono rimasto molto colpito dal fatto che la stragrande maggioranza di questi dirigenti arrestati negli ultimi anni proviene dalla Harvard Business School. Si tratta dell´Università più importante ed elitaria d´America, e quanto sta succedendo dimostra che è in corso un cambiamento genetico: se anche l´educazione è basata sul guadagno ad ogni costo, significa che il capitalismo è arrivato al punto massimo di degenerazione. Ce ne accorgiamo solo quando ci scontriamo con la spietatezza con cui si arriva a distruggere delle vite valutate solo come potenziale fonte di reddito».
Il protagonista del suo film è un uomo di colore che arriva alla vicepresidenza di una grande società farmaceutica e scopre che i suoi capi hanno deciso di lanciare sul mercato una medicina che debella l´Aids senza completarne i test di controllo.
«Jack Armstrong sente l´esigenza di denunciare una scelta moralmente abominevole, e per questo perde il lavoro, tutti i suoi soldi ed ogni possibilità di essere assunto da un´altra società: per la mentalità vigente è un delatore, ma io ho voluto celebrarne il coraggio, paragonandolo a Frank Wills, il guardiano notturno che scoprì l´intrusione negli uffici del partito democratico nel Watergate. Anche Wills perse il lavoro e morì in miseria a 54 anni, ma si deve a questo eroe dimenticato se la storia americana ha riconquistato la propria dignità in un altro momento di degenerazione».
Per sopravvivere Jack si presta a mettere incinta delle donne omosessuali che vogliono avere un bambino.
«La prima donna che offre del denaro per le sue prestazioni sessuali è una ex-fidanzata che vuole rimanere incinta insieme alla sua compagna. Insieme a Michael Genet abbiamo fatto molte ricerche sulla psicologia delle coppie omosessuali che desiderano avere dei figli, e sul business che è nato intorno alle banche dei semi. L´aspetto che ci interessava maggiormente era proprio la deriva morale di Jack, ed il fatto che anche questa situazione venisse trasformata in qualcosa da sfruttare commercialmente. Jack si perde in un momento di debolezza, e si trova ad essere padre di 19 bambini. Ma solo allora capisce lo stato profondo della sua crisi, che ho voluto raccontare come uno specchio della crisi della società in cui vive».
Uno dei temi del film è la riscoperta della paternità.
«Già in Fa´ la cosa giusta avevo accennato al numero infinito di giovani afro-americani che mettono al mondo i figli e poi se ne disinteressano totalmente. In She hate me porto il discorso alle estreme conseguenze, evidenziando anche degli aspetti grotteschi».
Tra i personaggi che Jack mette incinta c´è la figlia di un boss mafioso.
«Monica Bellucci, che nel film partorisce due gemelli, è figlia di John Turturro, un uomo che conosce a memoria “Il Padrino”. Ho voluto giocare sugli stereotipi e sul fatto che i mafiosi reali imitano quelli della fantasia. Turturro recita di fronte all´afro-americano che ha messo incinta sua figlia la scena in cui i capimafia spiegano che “lo spaccio della droga è destinata ai negri: tanto sono degli animali”, lamentando che l´adattamento cinematografico abbia cancellato molte battute analoghe presenti nel libro di Puzo. Si tratta di una evidente minaccia, da parte di un personaggio che tuttavia ritengo meno disprezzabile dei dirigenti in giacca e cravatta che speculano sui malati di Aids».
Non le sembra di aver inserito troppi temi?
«E´ una scelta consapevole, che parte dalla volontà di rispecchiare la confusione etica in cui viviamo. Da un punto di vista della scrittura e della regia questo approccio mi costringe spesso ad un lavoro di funambolo, ma mi sono reso conto che è l´unico modo in cui so concepire il cinema».

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