Dalla rassegna stampa Cinema

Troy

… Per Patroclo, invece, la sceneggiatura non s’attarda in pettegolezzi: lui e il Pieveloce son cugini, e morta lì. . .

Non ci sono orologi ai polsi delle comparse (vere o virtuali) che combattono sotto le mura di “Troy” (Usa, 2004). Per tutti gli sconfinati 163 minuti del film di Wolfgang Petersen scrutiamo inutilmente lo schermo. Dell’ingenuità del cinema mitologico non c’è traccia. O almeno non ce n’è quanto a orologi. Per il resto, lo sceneggiatore David Benioff fa quel che può. In genere, lo fa badando a lasciare indisturbate le teste. Quando invece si monta la sua, di testa, allora son guai. Approfittando di uno dei proverbiali momenti di disattenzione di Omero, che “aliquando dormitat”, il duo Petersen/Benioff s’è dato da fare per migliorare l'”Iliade”. Già che c’era, s’è portato avanti con il lavoro anche per l'”Eneide”. Ma procediamo con ordine, ossia partendo dal prologo di “Troy” e, per così dire, dal contesto sociopolitico della guerra più gettonata fra Occidente e Oriente. Nel prologo, dunque, Agamennone (Brian Cox) – il gran re di Argo (o di Micene) – è un piccolo politicamente ansioso di impadronirsi del mondo. Fin qui tutto è nella norma, se non dei gran re almeno dei piccoli politicanti. Meno nella norma è il suo rapporto con Achille (Brad Pitt, un vero disastro). Il quale, appunto, preferirebbe starsene infrattato con femmine, invece di immischiarsi a omaccioni sudati e fissati con le armi. Nel mito così fa: si traveste da donna, e s’imbosca. In sceneggiatura, invece, è parso più commendevole immaginarselo sì in compagnia di femmine (due), ma discinte e a letto. E quando i messi del re lo svegliano, lui salta su fresco come un fiorellino. Son le signorine che han l’aria d’essere sfinite. Per Patroclo, invece, la sceneggiatura non s’attarda in pettegolezzi: lui e il Pieveloce son cugini, e morta lì. A proposito di piedi e di velocità, l’Achille di Petersen/Benioff è più fulmineo di un eroe da kung fu cinematografico. Come un qualunque frescone tenta di trapassarlo con lancia o spada, lui parte come una saetta, fa un gran salto e, zac, gli infila la sua lama dal collo fin nei polmoni. Poi si leva la polvere dai sandali e, senza ai né bai, torna in tenda. La fretta è dovuta al fatto che l’attende un bacile d’acqua per ripulirsi di sangue e sudore. E’ un giovane pulito, il Pelide. D’altra parte la madre, la dea Teti (Julie Christie), usa presentarglisi stando a mezza gamba nell’acqua di mare, tra grotte e scogli, come se stesse reclamizzando un bagnoschiuma. Son cose che lasciano il segno, nelle abitudini igieniche di un ragazzo. Ma procediamo, ché il film è lungo. La guerra invece meno. Anzi, per non abusare della pazienza degli dèi, la sceneggiatura la riduce da 10 anni e 3 giorni, con l’aggiunta di 12 per dar modo ai troiani di piangere la morte di Ettore (Eric Bana). Tanto dura il lutto da noi, dice infatti ad Achille Priamo (Peter O’Toole, poveraccio). E l’eroe, accomodante: “Anche da noi”. D’altra parte, l’ometto che ha davanti è inoffensivo come un vecchio nonno di quelli che van per la maggiore, e più svanito. Omero invece era stato meno delicato. Il suo Pieveloce si trascinava il cadavere del nemico attorno alle mura di Troia per quegli stessi 12 giorni, ma con effetti molto più spettacolari. D’altra parte, mettendo in scena l'”Iliade”, Petersen e Benioff una cosa soprattutto hanno in testa: svecchiare il soggetto, ripulire la trama. Non a caso, decidono che Menelao (Brendan Gleeson) e Agamennone muoiano di spada sotto le mura di Troia, e non l’uno di vecchiaia in patria (insieme con la sua Elena) e l’altro anch’egli in patria, ma per mano dell’amante della moglie (qualcuno dice: proprio per mano della moglie). Insomma, orologi da polso non ce ne sono, in “Troy”. Ma il resto c’è tutto, quanto ad abborracciamento epico-mitico capace di scaldare il cuore. Purtroppo, però, Petersen e Benioff si montano la testa, e vogliono convincerci che sono anche uomini di pensiero. E così il loro Pelide si dà spesso l’aria dell’eroe tormentato, una specie d’intellettuale con la passione per gli anabolizzanti, e con una visione del mondo tra il nichilistico e l’ascetico. Non c’è dubbio: questo Achille pensa troppo, per uno che dovrebbe solo macellare nemici e sfinire fanciulle due alla volta (quanto a Patroclo, son cugini, e morta lì). P.S. Verso la fine del film, quel giuggiolone di Paride (Orlando Bloom) incontra un troiano (Frankie Fitzgerald) che se la batte tra le fiamme. “Chi sei?”, gli domanda senza vergogna. E quello, candido: “Enea”. Allora, insiste il giuggiolone, eccoti la spada di Priamo, Enea. E poi aggiunge qualcosa che somiglia a: pensaci tu, a vincere il prossimo campionato. Ora dunque non resta che aspettare l'”Eneide”. E c’è da sperare che Petersen e Benioff non decidano di migliorare anche Virgilio.

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