Dalla rassegna stampa Cinema

L'aids che visse due volte

Lo scrittore Tony Kushner racconta la genesi della sua pièce sulla peste del secolo diventata un film culto, lungo sei ore.

Nel 1987 Tony Kushner, uno scrittore di 31 anni nato in Louisiana da una famiglia di musicisti, decide di scrivere una commedia che parli «di uomini gay, mormoni e Roy Cohn». Nasce così Angels in America, storia epica di 6 ore, divisa in due parti, Millennium Approaches e Perestroika. Quando viene rappresentato agli inizi degli anni Novanta, il New York Times lo definisce «un dramma miracoloso, provocatorio e profondamente inquietante» e il London Royal National Theatre lo inserisce nella lista delle dieci migliori opere teatrali del Novecento. Tredici anni dopo Mike Nichols (Il laureato) lo adatta per il piccolo schermo (il cable americano Hbo), con un budget di 60 milioni di dollari e un cast che comprende Al Pacino, Meryl Streep ed Emma Thompson. Ancora una volta è trionfo: cinque Golden globe e le più belle recensioni dell’anno. In questi giorni Angels in America è sulla Sky.

Tony Kushner, l’autore, 48 anni, jeans e occhiali tondi, ammette di «aver avuto lui stesso una visione». Dice: «Angels è nato da un sogno. C’era un uomo a letto, in pigiama, ammalato. Improvvisamente un angelo sfonda il soffitto e piomba nella sua camera. Mi sveglio e comincio a scrivere. Era il 1985, l’inizio dell’epidemia dell’aids. Non sapevo ancora in quale direzione sarei andato, ma avevo il titolo: Angels in America. Poi ho aggiunto il sottotitolo, A Gay Fantasia on National Themes, un gioco di parole ispirato dal duplice significato del vocabolo gay che in inglese vuol dire allegro e omosessuale». Panorama ha intervistato Kushner.

Qual è la differenza tra «Millennium» e «Perestroika»?
Millennium è un dramma sul mondo vecchio che sta crollando, Perestroika su quello nuovo che sta nascendo; il primo ha una costruzione più elegante, il secondo più libera. Tutti e due però riflettono la mia vita di allora e i cambiamenti a cui stavo andando incontro.

Cambiamenti personali o politici?
Entrambi. Nel 1990 era morta mia madre, un evento che mi ha segnato profondamente. Anche il clima politico stava cambiando: Bush padre era al governo e stava preparando la prima guerra in Iraq.

«Angels in America» sembra più attuale che mai. Perché?
Le battaglie da combattere sono le stesse: in questi anni sono morti di aids 70 milioni di persone e raggiungeremo i 200 verso il 2010. Intanto la famiglia Bush è sempre al potere.

Cosa l’ha convinta a lavorare con Mike Nichols?
Quando Mike mi ha detto che era entusiasta di fare un film di 6 ore in cui si parla tutto il tempo, ho capito che era la persona giusta.

Roy Cohn (Al Pacino) è il personaggio più emblematico della sua opera. Perché ha scelto lui?
Cohn era un avvocato di New York, ebreo e gay. Un uomo brillante e senza scrupoli. Rappresentava allo stesso tempo l’arcidiocesi di New York e la famiglia Gambino, della mafia di Brooklyn. Fu lui che fece condannare a morte Ethel Rosenberg, accusata col marito di spionaggio antiamericano. Morì di aids nel 1986 ma fino all’ultimo negò di essere gay.

Cosa pensa dell’interpretazione di Al Pacino?
Che è spettacolare: Roy era ebreo e poco attraente, Al Pacino italiano e bello. Mi chiedevo come l’avrebbe rappresentato. La sua performance, così sottile e coraggiosa, è straziante.

Come vede il nostro futuro?
Con le rivoluzioni tecnologiche di questo secolo non sappiamo cosa succederà: forse stiamo assistendo alla fine del pianeta, forse a un nuovo inizio. Chi, come noi, è cosi fortunato da avere una vita non oberata da povertà e oppressione ha l’obbligo morale di nutrire speranza.

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