Dalla rassegna stampa Cinema

“Ladykillers”, quando i Coen flirtano con la commercialità

…Tropical Malady , opus n.2 del thai Apichatpong Weerasethakul (co-produzione anche italiana: Rai e Fabrica), «canto d’amore e d’oscurità» diviso in due parti. Una per fare innamorare due giovanotti, uno dei quali soldato, fra pomiciate al cinema e sale giochi …

CANNES – Mettiamola così: se i fratelli Coen si mettono a fare film non da fratelli Coen, saranno ancora i fratelli Coen? Dietro il bisticcio, il problema è serio. Si tratta di concedere o meno a due fra i massimi autori di oggi il diritto di abbassare il tiro sfornando film di pura (ma strepitosa) confezione come Prima ti sposo, poi ti rovino e ora Ladykillers , remake della Signora Omicidi , celebre commedia della Ealing (1955), con Tom Hanks nel ruolo che fu di Alec Guinness. Ovvero decidere se ai Coen conviene prestare il loro meraviglioso talento alle spompatissime Majors, col rischio di partorire opere un po’ ibride; o se invece dovrebbero girare solo film “100 % Coen”, destinati però a un pubblico di nicchia (il loro massimo incasso Usa resta Fratello, dove sei? , non un capolavoro).
Nel frattempo Ladykillers , che ha fatto sbellicare la platea di Cannes, è stato accolto tiepidamente da pubblico e critica in patria. Ed è vero che il film è esilarante ma abbastanza superficiale, un poco slegato, più buffonesco che profondamente comico. Come certi Woody Allen “minori”, con l’inventiva senza pari dei Coen in più. C’è una scalcinatissima “banda del buco”, che qui usa come copertura la musica (rinascimentale). C’è la vecchietta ignara che concede loro la cantina per le prove (e che nessuno saprà far fuori). In più c’è il Mississippi, col suo pittoresco armamentario di tipi strambi e follie locali “virati” in stile Coen, ovvero spinti verso l’assurdo. Un assurdo stavolta più di sceneggiatura che di regia.
Ed ecco bulldog con la maschera antigas, soggettive da sotto il casco da rugby, messe con gospel così indiavolati che in chiesa si sfiora il rave party, rapinatori appartenenti a sottoculture così distanti che capirsi è impossibile. La parte del leone se la ritaglia Tom Hanks, mantellina bianca, pizzetto alla Custer e linguaggio ampolloso da professore di lettere antiche. Ma anche la padrona di casa, una matrona di colore tutta sberle e devozione (Irma P. Hall), è da premio. Sarà un delitto doppiare le parlate diversissime dei vari personaggi (un viet assassino, un nero sguaiato, un rugbista semideficiente, l’ennesimo “alternativo” anni 60…). Speriamo che nel frattempo i Coen decidano se tornare a essere davvero se stessi o flirtare ancora col cinema più commerciale.
Nessuna concessione invece da Tropical Malady , opus n.2 del thai Apichatpong Weerasethakul (co-produzione anche italiana: Rai e Fabrica), «canto d’amore e d’oscurità» diviso in due parti. Una per fare innamorare due giovanotti, uno dei quali soldato, fra pomiciate al cinema e sale giochi. L’altra perché l’amato, come vuole una leggenda, diventi un fantasma metà umano metà tigre (la “parte selvaggia”), che perseguita il soldato nella giungla. Fra belle immagini e lungaggini estenuanti, il film è troppo slegato per convincere. E resta curiosamente a metà strada, né carne né pesce, né esotico né familiare. Come accade talvolta alle co-produzioni.

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