Dalla rassegna stampa Cinema

Il thailandese "Tropical malady"

E il mistero finisce in sbadigli

CANNES – Al regista importerà poco ma forse il suo film potrebbe moderare i timori circa il dibattuto conflitto d´interessi tra il Muller produttore, che con quest´opera concorre alla Palma d´oro, e il Muller direttore del festival di Venezia. Thailandese di suggestioni, ambienti – la giungla – e per nome e nascita dell´autore Apichatpong Weerasethakul (dovesse prendere un premio sarà divertente vedere come si disimpegnerà chi dovrà nominarlo), Tropical malady lo è meno per identità produttiva, in buona parte italiana. Il regista ama assai soffermarsi sul concetto di mistero, e sul nostalgico fascino su di lui esercitato dalle leggende popolari delle profondità rurali del suo paese. E quanto a mistero ci ha dato sotto senza risparmio. Noi ci proviamo a decifrare quello che abbiamo visto. Il film sembrerebbe diviso in due ma non è neanche chiaro se personaggi e attori restino gli stessi. Prima parte. Un luogo sperduto nella selva tropicale, malgrado qualche rumorosa invadenza della contemporaneità tutto sembra sospeso in un clima di serenità assoluta che permette a un soldato e a un altro ragazzo di andarsene in giro mano nella mano. Seconda parte. Un soldato (lo stesso?) si trova immerso nel mistero (rieccolo) notturno della stessa foresta tropicale, con i suoi rumori, ombre e inquietudini. Faccia a faccia con il mistero – ci risiamo – che culmina a tu per tu con un faccione di tigre. Stop. Una volta si diceva: film da festival. Ma se i festival ci abituano alle bravate chiassose di “Troy” e al puro e travolgente gusto d´intrattenere dei Coen (variante americana di Aldo Giovanni e Giacomo) finiamo per perdere la bussola e, giocoforza, i sottili e raffinati Apichatpong del mondo ci fanno sbadigliare e inducono masse imponenti di critici già rotti alle più punitive esperienze ad abbandonare la sala.

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