Dalla rassegna stampa Cinema

L’insolito triangolo di ALMODOVAR

… è molto ricco e bello, divertente, toccante. Racconta un triangolo maschile (due ragazzi e il direttore del loro collegio)…

DOPO IL FILM DEL GRANDE REGISTA SPAGNOLO ARRIVA «TROY» CON BRAD PITT NEL RUOLO DI ACHILLE

CANNES
All’inizio, insieme con l’indicazione Madrid 1980, si vede una croce composta di immagini sacre e fotografie di divi del cinema; alla fine c’è (e diventa sempre più grande sino a invadere lo schermo) la parola Passione. «La mala educaciòn» (La cattiva educazione) di Pedro Almodóvar, che ha inaugurato fuori concorso il 57° festival di Cannes, è molto ricco e bello, divertente, toccante. Racconta un triangolo maschile (due ragazzi e il direttore del loro collegio) e tre versioni della medesima vicenda: la storia realmente accaduta; la storia scritta in un racconto, ispirata a quella vera ma alterata sino al delirio; la storia tratta dal racconto e realizzata in un film. I generi si intrecciano, si confondono, si sovrappongono: «noir», melodramma, struggimento sentimentale, critica sociale, horror, violenza triste. Una vertigine d’immagini cattura e folgora l’attenzione: un travestito, con un allusivo triangolo di pelliccia bruna sul grembo, canta teneramente «Qui sas, qui sas, qui sas»; un sacerdote suona la chitarra per un bambino che gorgheggia con la sua voce bianca «Moon River» (più tardi canterà tremulo «Torna a Surriento», mentre da adulto ascolterà «Cuore matto»). Due bambini si toccano a vicenda nell’oscurità del Cinema Olimpo, si danno appuntamento nel buio della notte lasciando il dormitorio del collegio. Un travestito imita la star spagnola Sara Montiel. Un prete ammazza uno torcendogli il collo, con un minimo semplice scatto. È il 1960, la fine del Settanta, l’Ottanta: le date scandiscono la morte e l’amore. Autobiografia? Almodóvar è stato da piccolo in collegio dai preti, è stato solista nel coro dei collegiali, s’è innamorato, ha scoperto il cinema: vuol dire che sa di cosa parla, non necessariamente che racconti la propria vita. Nel film molto intimo e insieme aperto, la rivelazione sembra piuttosto un’altra, quella sessuale: Almodóvar non è mai stato ipocrita rispetto alla propria omosessualità, ma stavolta ha fatto davvero un film gay esplicito e appassionato, con esercizi di sesso e sussulti di sentimento ugualmente schietti, e forti come una confidenza, come se a cinquantatrè anni fosse stufo di fare lo spiritoso o il carino sul tema e volesse arrivare a una sincerità piena. Scandalo? Il regista ha chiarito molte volte che «La mala educaciòn» non è affatto un regolamento di conti con i preti suoi cattivi educatori né con il clero in genere: «Se avessi avuto bisogno di vendicarmi non avrei aspettato quarant’anni per farlo. La Chiesa non m’interessa, neppure come avversario». Raccontare un prete, padre Manolo direttore del collegio, innamorato di un bambino suo collegiale, non è certo una novità; raccontarlo poi spretato, sposato, padre di un figlio, dirigente d’una casa editrice che pubblica giovani autori, tenacemente amante dei ragazzi, è una sorpresa. La parte più commovente del film è il periodo dell’infanzia: quelle canottiere sui toraci gracili, quelle gambe magre lasciate nude dai calzoncini, quelle voci acerbe, quelle lacrime nei momenti della paura, della separazione… Si capisce che il soggetto è intricato, anche se del tutto comprensibile. È magnifico il quartetto degli interpreti: Gael Garcìa Bernal, Fela Martinez, Daniel Gimènez Cacho, Lluis Homar. Ha detto Almodóvar: «Non ho voluto descrivere la ”movida” 1980, ma l’ebrezza di libertà che la Spagna visse allora, dopo tanto oscurantismo e tanta repressione, nel diventare infine padrona del proprio destino, dei corpi, dei desideri».

13.5.04

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