Dalla rassegna stampa Cinema

L’«angelo» Meryl Streep «L’Aids parla di tutti noi»

…Nonostante la lunghezza di oltre sei ore, un secondo trionfo, con indici di ascolto elevatissimi, sette Golden Globes e critiche entusiaste…

LOS ANGELES Quando è uscito, prima nei teatri di Londra e Los Angeles, poi a Broadway, nel 1993, è stato subito un successo, coronato da Tony Awards e premi Pulitzer. E un caso, perchè con «Angels in America» Tony Kushner aveva non solo toccato le origini dell’epidemia dell’Aids negli Stati Uniti, agli inizi degli Anni Ottanta, ma aveva messo assieme omosessualità e buco dell’ozono, Central Park e Antartide, mormoni ed ebrei, Ronald Reagan e maccartismo, vendetta e perdono, angeli della speranza e dell’Apocalisse. Un pasticcio dotato in realtà di una fortissima carica poetica e politica che è diventato un film, grazie a Mike Nichols, il regista de «Il laureato», e ad Hbo, la rete via cavo che ha prodotto serie come «I Sopranos» e «Sex and the City». Nonostante la lunghezza di oltre sei ore, un secondo trionfo, con indici di ascolto elevatissimi, sette Golden Globes e critiche entusiaste. «”Angels” è il più potente adattamento di un lavoro teatrale dai tempi di Elia Kazan e “Un tram chiamato desiderio” mezzo secolo fa», ha scritto Frank Rich, critico culturale del «New York Times». Tra gli attori del cast messo assieme da Nichols c’è Emma Thompson, in molteplici ruoli: un’infermiera italo-americana, una stracciona di strada e un angelo. Al Pacino è Ray Cohn, potente avvocato repubblicano diventato celebre quando fece condannare per spionaggio Julius e Ethel Rosenberg e che quando apprende di avere contratto il virus dell’Aids si preoccupa prima di tutto di nascondere la propria omosessualità. Poi c’è Meryl Streep, nella parte del fantasma della Rosenberg, che conforta Pacino che sputa sangue nel suo letto di morte. E che, come la Thompson, si è esercitata in altri ruoli: un vecchio rabbino con una lunga barba e una mamma mormone che viene a salvare il figlio perso in una New York che, ai suoi occhi, è la nuova Sodoma e Gomorra. Alla vigilia dell’arrivo in Italia di «Angels in America», mandato in onda da Sky a partire dal 13 maggio, abbiamo intervistato la Streep.

Che cosa l’ha attratta di questo progetto?
«Il materiale, la sua ambizione, la gente coinvolta, la possibilità di amplificare il numero limitato di persone che aveva avuto accesso allo scritto di Kushner: tutto ha contribuito a rendere la mia partecipazione irresistibile. E adesso che abbiamo finito, la mia ammirazione per il coraggio e per la follia di Nichols ad avere accettato di imbarcarsi in un progetto come questo è ancora più grande
».
L’Aids oggi riguarda soprattutto Africa ed Asia. Non c’è il percicolo che «Angels» appaia un po’ datato?
«Certo risuona in modo diverso ma è forse ancora più rilevante e profondo di quando l’ho visto la prima volta a teatro. Perchè parla di tutti noi, delle nostre comunità, delle nostre coscienze, di accettazione e perdono. E’ di tutto ciò che ci unisce come umanità».
Le ha offerto anche l’occasione di lavorare per la prima volta con Al Pacino.
«Ho sempre desiderato lavorare con Al. Non so bene perchè sono passati trent’anni, forse era un segno che dovessimo attendere un progetto come questo. Pensavo di conoscerlo attraverso i suoi film, ma lavorare con lui è stata una rivelazione. Non smette mai di sorprenderti. Ma mi sono sentita subito completamente a mio agio».

11/5/04

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