Dalla rassegna stampa Cinema

Ai tempi di Reagan e dell’Aids

…L’omosessualità, accettata o nascosta, comunque sofferta, è una parte importante del racconto,…

«Angels in America» una miniserie con la Streep e Al Pacino: allucinazioni sogni, cinismo e malattia

IL New York Times l’ha definito così: «Una divina commedia per un’età laica e tormentata; un terremoto nel teatro, sconvolgente, terribile e magnifico». I toni sono enfatici, ma davvero «Angels in America», prima spettacolo di prosa, poi miniserie in onda alla tv americana e adesso anche su Sky Cinema Autore, è un prodotto particolare. Intanto per il cast: Meryl Streep e Al Pacino, che per la prima volta lavorano insieme, Emma Thompson, Jeffrey Wright, Marie Louise Parker (tutti premiati con il Golden Globe); poi per la regia (Mike Nichols, «Il laureato»); poi ancora per il soggetto e la sceneggiatura, e la realizzazione tecnica, e gli effetti speciali. Un lavoro sofisticato, affatto differente dagli sceneggiati che normalmente si vedono in tv, ma più affine alla nuova generazione di telefilm. Una delle caratteristiche comune a questi ultimi è la materializzazione dell’inconscio: qui, in maniera immaginifica, si materializzano pure i sogni e le allucinazioni, creando suggestivi incroci tra le menti dei protagonisti. Siamo in America, a metà degli Anni Ottanta, in piena era reaganiana, in piena esplosione dell’Aids. La malattia, come anche il disagio psicologico, hanno una parte importante nel racconto, sostenuti dai dialoghi e dalle immagini. Oltre che dalla interpretazione dei protagonisti. Impegnati, almeno molti di loro, in più ruoli. Meryl Streep, a esempio, è la madre di un giovane mormone sposato con una infelicissima ragazza dal passato tenebroso (alcolismo in famiglia, nonostante i mormoni vietino il comsumo dell’alcol, abusi) che abusa a sua volta di Valium; ma è anche, la Streeep, il rabbino ortodosso che seppellisce la nonna di un altro ragazzo, nuovamente omosessuale. L’omosessualità, accettata o nascosta, comunque sofferta, è una parte importante del racconto, però val la pena notare come i telefilm americani ce lo mettano sempre qualche gay tra i protagonisti. Perché quella è la realtà, perché bisogna essere «politicamente corretti», ma anche perché gli omosessuali sono considerati pubblico di fascia alta, consumatori avveduti e spesso facoltosi. «Angels in America», però, non è soltanto un riconoscimento di «status»: è una analisi puntuale e onirica di quegli anni, consumata tra cinismi, libertà sessuale e frustrazioni eterne che traggono le loro origini dagli archetipi della tragedia greca. Dialoghi espliciti: la ragazza mormone del Valium, a esempio, non ha più rapporti con il marito criptogay. Nonostante cerchi di applicare i consigli ascoltati in una trasmissione radiofonica, dove un’anziana psicologa suggerisce alle sue ascoltatrici: «Se avete paura del coito orale, pensate che state semplicemente leccando un gelato».

13.5.04

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