Dalla rassegna stampa Cinema

Non ho fatto un film anticlericale

… quello che volevo mostrare è la figura di un prete realmente innamorato di un ragazzino, al punto di accettare fino in fondo i rischi e le conseguenze di questa passione impossibile…

dall’inviata a CANNES
Nel gruppo di Pedro Almodóvar e compagni, attori, operatori, fotografi, uffici stampa, cronisti spagnoli che seguono il clan nelle trasferte in giro per il mondo, tira sempre aria di «movida». Un’atmosfera contagiosa, adrenalinica, dominata dal genio, dalle intemperanze, dalle grandi passioni del regista. Negli incontri con i giornalisti, gli interpreti del film appaiono caricati, effervescenti, soddisfatti. Scambiano scherzi e battute, parlano della «fiesta» organizzata, ieri sera, per celebrare la presentazione al Festival e l’uscita in Francia di «La mala educacion», fanno sapere che, tra le canzoni, c’è anche un omaggio all’intramontabile Raffella Carrà, celebre in Spagna come e più che da noi, nonché amatissima dal pubblico gay. I tormenti del set, quelli che hanno portato il protagonista Gael Garcia Bernal a un passo dall’abbandono della lavorazione, sembrano lontani e difficili da spiegare: «È vero, ho vissuto dei momenti complicati, d’altra parte la complessità del racconto e dei temi affrontati comportava inevitabilmente un carico di difficoltà, di tristezza, ma anche di allegria. Pedro chiede ai suoi attori di interpretare esattamente il suo punto di vista, che è sempre molto personale. Lui è così, ha le idee chiarissime su quello che vuole, non è autoritario nel senso peggiore del termine, ma di sicuro tiene stretto fra le mani il potere di chi dirige il film, di chi sa dove la barca deve andare». Nel caso di «La mala educacion» le consapevolezze di Almodóvar erano forti, come e più di sempre: «Credo che tutti i film siano personali e soprattutto lo sono i miei. I modi per esserlo non sono necessariamente diretti, voglio dire che questo film mi rappresenta in modo essenziale, anche se racconta una storia che non appartiene alla mia vita. Stavolta la cosa più personale è il modo in cui racconto, in cui descrivo il clima di un collegio cattolico degli Anni ‘60 e poi l’atmosfera felice, entusiasmante, della Madrid Anni ‘80». Alla base dell’intreccio ci sono le molestie sessuali subite dal bambino Ignacio ad opera del giovane prete padre Manolo: «Non penso che la mia sia una pellicola anti-clericale e ritengo che comunque non serva esserlo: la Chiesa si manifesta per quello che è ogni volta che fa le sue dichiarazioni. Voglio dire che “La mala educacion” non è un film di denuncia contro le molestie sui minori, è evidente che queste vadano denunciate e infatti lo sono. Ho conosciuto tanti religiosi che hanno abusato di ragazzi e ragazzi che hanno subito abusi. In questo caso, però, quello che volevo mostrare è la figura di un prete realmente innamorato di un ragazzino, al punto di accettare fino in fondo i rischi e le conseguenze di questa passione impossibile». Con l’educazione cattolica ricevuta da bambino, Almodóvar ha già fatto i conti: «Sono cresciuto seguendo i principi di una religione basata sul senso di colpa e sul castigo. A dire la verità mi sembra già un miracolo esser riuscito a diventare una persona normale, un regista che fa il suo lavoro». Al centro della storia si muove Gael Garcia Bernal, in un triplice ruolo che rappresenta le varie facce di un personaggio che Almodovar avvicina al Mister Ripley di Patricia Highsmith: «Sono attratto dalle figure di criminali per nulla segnati dalle stimmate del crimine. Anzi, certe volte sembra che alla loro malvagità corrisponda bellezza, intelligenza, raffinatezza». Nel film questo ruolo fatale (Almodóvar dice che in qualche modo ricorda l’Alain Delon di «Delitto in pieno sole»), è affidato a Gael Garcia Bernal, venticinque anni, messicano, fisico minuto, faccia d’angelo perverso: «La profondità della cattiveria di Juan è stata la cosa che più mi ha attratto». Quella più difficile, invece, è stata recitare negli abiti femminili del transessuale Zahara, con i capelli sciolti, le scollature provocanti, i tacchi vertiginosi: «Indossare la strettissima guepière che comprimeva il mio corpo è stato veramente doloroso. Per imparare a camminare sui tacchi ho chiesto aiuto e consigli, ho capito che è necessaria una tecnica particolare. D’altra parte nel travestimento c’è anche un aspetto liberatorio e io l’ho provato». Figlio d’attori, lanciatissimo dal film di Almodóvar e da quello di Walter Salles «I diari della motocicletta», in cartellone qui al Festival, Bernal amerebbe lavorare in Italia. Ma non solo: «Sono cresciuto ammirando interpreti come Mastroianni e Kinski, loro hanno saputo guadagnare la stupenda libertà di poter recitare in qualunque Paese del mondo».

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