Dalla rassegna stampa Cinema

Melodramma dell’orgoglio omosessuale

…un racconto dove le donne e il sentimento (ambiguo) della femminilità sono totalmente assenti, mentre dilaga e si specchia su se stesso l’orgoglio e pregiudizio gay…

Cannes. Tralasciando finalmente sussurri e grida della promozione, perché «La mala educaciòn» ci lascia perplessi e non ci sembra all’altezza dei classici di Almodovar? Assodato che non vuole essere – come sognavano i soliti cacciatori di scandali – un banale pamphlet anti-clericale, può darsi che il film d’apertura della 57esima kermesse sconti l’urgenza di riprendere tutti, ma proprio tutti i temi di un’inimitabile poetica: commedia postmoderna, melodramma popolare, incontro/scontro tra fantasia e realtà, esorcismo autobiografico, tormenti di una diversità non riconciliata. Per la prima volta da quando la sua stella ha iniziato a brillare nel firmamento degli autori, don Pedro concepisce ed elabora, infatti, un racconto dove le donne e il sentimento (ambiguo) della femminilità sono totalmente assenti, mentre dilaga e si specchia su se stesso l’orgoglio e pregiudizio gay, un’autocoscienza dell’identità omo/transessuale che finisce col prevaricare la fluidità dello stile e il piacere della trasgressione. Siccome quest’orizzonte, per forza di cose, appare limitato e settoriale, le giravolte di spazio e tempo sono spesso costrette a girare a vuoto e i momenti di pura classe visionaria si alternano ai punti e a capo, alle sottolineature, alle «cancellature» che in qualche modo bloccano la struttura e depauperano le emozioni.
S’inizia a Madrid nel 1980, quando il regista sulla cresta dell’onda Enrique Goded riceve la visita di un aspirante attore e scopre che si tratta dell’amico più caro degli anni del collegio religioso. Ignacio lo ha rintracciato per consegnargli un copione che rievoca con ricchezza di particolari e adeguato strazio drammaturgico le esperienze vissute all’ombra della tonaca di Padre Manolo: fu proprio il carismatico insegnante e direttore a invaghirsi di lui e a farne l’oggetto di focose e profane voglie pedofile, stroncando nel contempo l’intima e «innocente» relazione con Enrique. La prima parte de «La mala educaciòn» è la più prevedibile, ma anche la più felice: quando la memoria ferita dell’improvvisato sceneggiatore materializza (grazie al taglio carico e sensuale di Almodovar) le atmosfere morbose dell’istituto, la mistica brama del molestatore, la complicità tra bambini e la loro scoperta del cinema trash incendiata dal culto per Sara Montiel, la Mae West spagnola. Per di più inventandosi l’appendice dell’incontro tra i due ormai adulti, con Ignacio cantante travestito d’infima categoria che seduce inconsapevolmente Enrique, diventato un frustrato padre di famiglia provinciale.
Dal momento in cui il regista decide di fare il film, la tensione scema e le sfilacciature non riescono più a essere rammendate dalla martellante colonna sonora di Alberto Iglesias, dalla sgargiante fotografia di José Luis Alcaine, dai movimenti di macchina che accompagnano l’ossessiva duplicazione o triplicazione dei personaggi e dei rispettivi ruoli. Anche il piccolo campionario a luci rosse – fellatio e sodomie tra uomini, tuffi goduriosi in piscina, biancheria intima come feticcio, autofocus voyeuristici – non va al di là del gioco di simulazione tra arte e vita, un’uscita troppo stretta per le grandi potenzialità del sarcasmo dissacrante di Almodovar. La tragicommedia dell’impossibilità di essere normali non poteva, certo, limitarsi a bacchettare le note abitudini di certi religiosi (in fin dei conti ridotte a casi particolari, ampiamente sorpassati dalla sbracata movida dei laici); ma, più che le scene madri dei bravi protagonisti Gael Garcia Bernal, Fele Martinez e Francisco Boira, del film colpiscono gli scorci come il travestito che gorgheggia «Quizàs» nelle penombre del night, il «Cuore matto» di Little Tony che scudiscia la tensione notturna degli amanti, l’accanita partita di calcio con i preti che corrono reggendosi la tonaca alta sulle scarpe, il canto da usignolo del collegiale che dedica a Padre Manolo una versione ispanica di «Torna a Surriento» sullo sfondo dei mistici mosaici delle vetrate.

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