Dalla rassegna stampa Cinema

Almodóvar: a scuola temevo i preti ma il mio film non è una vendetta

Religione, omosessualità, passioni: parla il regista spagnolo che inaugurerà domani il Festival di Cannes con «La mala educación»

«Senza il dono della fede, il piacere più grande è l’amore fisico»

Molti anni fa Almodóvar disse che avrebbe potuto realizzare un fantastico film horror-gotico sulla sua esperienza scolastica. Invece, con La mala educación ha creato qualcosa di molto più simile a una storia d’amore. «Avrei potuto girare un film sulla vita a scuola in qualsiasi momento, perché è un soggetto molto valido, ma a seconda che lo avessi fatto quindici anni fa, dieci anni fa, o adesso, il genere sarebbe cambiato. Vent’anni fa sarebbe stato per vendicarmi, perciò ne sarebbe uscito qualcosa di molto più grandguignolesco. Adesso, non sono più così arrabbiato su quella cosa», dice. «Vent’anni fa sarei stato molto più anticlericale». «Quella cosa» sono le violenze sessuali. Almodóvar non ha subito abusi a scuola, ma sostiene che tutti sapevano a chi veniva fatto cosa, e da chi. Ne La mala educación il primo amore di Enrique, un ragazzo di nome Ignacio, viene violentato da un prete nella sua scuola cattolica, nella Spagna degli anni ’60. Come spesso accade, Almodóvar ha una posizione ambivalente nei confronti della violenza – sì, il sacerdote commette un terribile sbaglio, ma lo fa perché è vittima delle leggi del desiderio, addirittura vittima dell’amore.

POTERI – Gli domando se a scuola si è mai innamorato con la stessa intensità di Enrique. Risponde che il film non è direttamente autobiografico. Sì, quello è stato il periodo della sua vita in cui ha scoperto i poteri dell’amore e della paura, la gioia del cinema, la sua stessa mancanza di fede, ma Enrique non è semplicemente Almodóvar. «Non giro i miei film nel modo in cui lo fa lui, non mi faccio coinvolgere dai miei attori, non mi faccio neppure coinvolgere al suo livello dai film stessi. Ma per rispondere alla sua domanda, sì, mi ricordo di aver provato questi sentimenti così incredibilmente intensi verso un altro ragazzo. Poteva essere amore. Non lo so, perché in quel momento non sai dargli neppure un nome».
Uno dei peggiori violentatori nella scuola di Almodóvar fu svergognato pubblicamente al punto tale da essere costretto ad andarsene, ma anche allora fu semplicemente trasferito in un altro istituto, con ragazzi più grandi. «Anche se nessuno ha mai abusato di me, mi ricordo di aver sempre provato un’intensa paura fisica verso i sacerdoti. Una delle cose che dovevamo fare era baciare la mano del prete quando lo incontravamo, e io odiavo questo gesto, perché lo trovavo rivoltante e anche perché ero piuttosto ribelle all’epoca. Perciò mi rifiutavo e correvo nella direzione opposta per evitare di trovarmi faccia a faccia con un sacerdote. Ma c’era un prete che ogni volta mi veniva a scovare e si piazzava davanti a me, allungava la mano e mi obbligava a baciarla. Poi, dopo che l’avevo baciata, mi afferrava entrambe le mani e le stringeva forte finché io non scappavo via. Perciò mi ricordo anche questi episodi come una sorta di abuso. Ma il più famigerato violentatore, il prete costretto ad andarsene, aveva un harem di una ventina di ragazzi».

CASTIGO – Questa esperienza a scuola lo spinse a rivoltarsi contro Dio? «No, non mi sono rivoltato contro Dio. Il fatto è che Dio non mi ha concesso il dono della fede». Questo, sostiene, è l’aspetto in cui si differenzia da Ignacio, il ragazzo violentato nel film. «Lui credeva in Dio». Si ferma, si corregge. «No, non credeva in Dio, credeva nel castigo e nell’inferno! Così, dopo essere stato violentato dal sacerdote, giunge alla conclusione che le mani che hanno abusato di lui non possono realizzare il miracolo di trasformare il pane nella carne e il vino nel sangue. Ma questa non è stata la mia evoluzione. Non sentivo nessuna fede neppure a scuola. Mi facevo domande sul senso della vita, e quando avevo dieci anni decisi espressamente di concedere a Dio un anno per manifestarsi. Non lo fece, arrivai alla conclusione che ero agnostico».
Tuttavia non ha rinunciato completamente al concetto di fede, lo ha semplicemente reinterpretato. «Ho deciso che la vita è Dio – sì, l’atto di vivere. Qualcosa in cui credevo e che non avevo bisogno mi venisse spiegato è la passione che gli esseri umani provano per gli altri, e per se stessi. E io sento la passione allo stesso modo con cui la gente potrebbe sentire la fede. E quando parlo di passione devo assolutamente aggiungere anche la libertà. Comunque, la passione non è inoffensiva come la fede». In che senso? «Da un certo punto di vista, vivere appassionatamente significa correre dei rischi e non scegliere le soluzioni più semplici che la vita ti offre. Ma se corri dei rischi, puoi anche bruciarti».

LEGAME – Nei suoi film più recenti, il sesso e la morte, in particolare la morte causata dall’Aids, si sono uniti in un legame ancora più stretto… «Sono maturato molto nel corso della mia vita – dice -, ma non riguardo alla morte. Ne ho ancora molta paura. Non riesco ancora a capirla, né tantomeno ad accettarla. Dovrei iniziare ad imparare ad accettarla, perché è ovunque».
Un paio di anni fa sua madre, Francisca Caballero, è morta. Era stata una figura centrale nella sua vita e nel suo lavoro. «Era una donna molto creativa, mi ha influenzato molto nel tratteggiare i miei personaggi femminili». Come in tutte le sue opere, la famiglia, per quanto disfunzionale sia, è il cuore de La mala educación .
Nel film, Ignacio canta nel coro e ha una bellissima voce, proprio come il giovane Pedro. Un’altra presenza familiare nel film è il figlio che diventa una figlia. Ha mai desiderato essere una donna, e pensato di diventarlo? Sorride. «Non l’ho mai desiderato. Ne sono molto felice, perché per quanti transessuali conosca, la loro vita diventa qualcosa di dedicato esclusivamente a quel cambiamento. È una delle realtà più dure che esistano». Quello che lo affascina dei transessuali è ciò che rappresentano, nei suoi film servono quasi da metafora. «Sono uno schiaffo in faccia all’idea che Dio crei le persone. Quello che fanno è cambiare la loro natura. E se inserisci dal punto di vista drammatico un transessuale in una storia, come elemento narrativo è molto potente, perché muta tutti gli altri personaggi ed è una sfida per tutti loro».

CONSERVATORE – Si considera più conservatore dei suoi personaggi? Balbetta. «Ma sì, sono meno avventuroso di loro. Se avessi vissuto come i miei personaggi, sarei morto ben prima di portare a termine sedici film». Se indietreggia di fronte al termine “conservatore”, che ne pensa di socialista? «Mi sono sempre situato a sinistra. Devo dire che sono stato immensamente felice quando il Partito socialista ha vinto le ultime elezioni»…
Mentre il fotografo scatta, diventa più allegro. Sa, negli anni Ottanta, dice, la vita era divertente, con le droghe e il sesso e le feste, e adesso tutto è così scialbo senza quei vizi. «Devo mantenermi pulito e in salute, ma è così noioso. Lo odio». Gli chiedo chi sia stato l’amore della sua vita. «Ho avuto tre grandi amori». Uno di loro è sua madre? «No, sto parlando di amori fisici». Vive con qualcuno in questo momento? «No. Da questo punto di vista sto con Woody Allen. Direi che con gli amanti è sempre meglio vivere in appartamenti separati e, se possibile, in città diverse». Ridacchia. «No, non sono così estremista. Ho una relazione, ma la vita che conduco a causa del mio lavoro è molto difficile da condividere». Cosa le ha dato più gioia? Dice che non riesce a pensarci. Alla fine risponde: «Quello che mi ha dato il piacere più grande è l’amore fisico».

Guardian Newspaper 2004
(Traduzione
di Gabriela Jacomella)
Simon Hattenstone

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