Dalla rassegna stampa Cinema

Les Terres froides - Oggi non sono io

…Les Terres froides possiede quell’umana, imperfetta autenticità, sempre più rara nel cinema odierno, di chi ha ancora il coraggio di fare cinema investendo nella propria opera parte della propria vita e del proprio mondo. . .

Assurto agli onori della critica, o perlomeno di certa critica “gggggiovane” e “di tendenza”, grazie al variamente apprezzato Presque rien (in realtà film quantomai furbetto e ruffiano nel cercare la “verità” dei sentimenti a ogni costo, pur nell’indubbia bontà degli intenti), Sébastien Lifshitz si era in realtà già distinto come regista carnale e passionale grazie al breve Les Corps ouverts (premiato a Montréal nel 1998), ma soprattutto grazie a questo poco più che mediometraggio di origine televisiva (ma per stile e linguaggio non lo diresti mai) che fonde mirabilmente la lezione di alcuni dei più celebri “cattivi maestri” del cinema d’Oltralpe. Quello che, a una prima occhiata, appare come un solido melodramma a sfondo proletario, rivela così, fra le pieghe di una messa in scena corposa e multiforme, soluzioni inaspettate, spesso dialetticamente in contrasto fra loro.
Se infatti la visione impressionistica di Les Terres froides pare denunciare soprattutto un’aderenza quasi al limite del plagio alle modalità affabulatorie di un Maurice Pialat (soprattutto per quell’ostinato umanesimo della messa in scena, che si traduce in uno sguardo perennemente ad altezza-uomo, una cinepresa mobilissima sempre vigile nel registrare ogni singolo scatto, ogni minimo slittamento della figura umana all’interno del profilmico), ben presto ci si sorprende a rilevare improvvisi e imprevisti scarti che non possono non rimandare a figure e modelli altri: i respiri irregolari di Philippe Garrell, l’analisi fenomenologia di Jacques Rivette, la ricchezza compositiva di Olivier Assayas e Arnaud Desplechin, le brusche virate introspettive di André Techiné, l’attenzione al sociale e alla realtà del mondo del lavoro di Laurent Cantet (ma anche, con un leggero sconfinamento, dei fratelli Dardenne); e infine l’attenzione ai sommovimenti del desiderio tipici dei lavori di Claire Denis (della quale Lifshitz è stato assistente per Nenette et Boni). Forte di un background cinematografico estremamente variegato, ma soprattutto introiettato in maniera del tutto organica e istintuale, e pertanto non condannato a divenire caricatura o pallida imitazione, Lifshitz orchestra un racconto di educazione sentimentale border-line, con la naturalezza e l’entusiasmo del neofita uniti al piglio del narratore di razza. Il côté omoerotico che fa da sfondo all’attrazione del giovane maghrebino Djamel per il suo datore di lavoro (e che pare essere, finora, una costante della filmografia di Lifshitz) appare, per una volta, organica al racconto, priva di ogni tentazione voyeuristica. La sincerità degli intenti di Lifshitz traspare dalla messa in scena distillata, pura, persino elementare, ma così diretta da azzerare ogni sospetto di virtuosismo fine a se stesso. Il resto lo fa l’ambientazione insolitamente brumosa di una Grenoble perennemente coperta da un cielo grigio, location straordinariamente suggestiva e relativamente nuova, che sembra invocare una maggiore attenzione da parte di un cinema di ricerca che desideri fuggire dalle grandi realtà metropolitane come dai facili scorci turistici.
Nel raccontare questa specie di amour fou fosco e sotterraneo, Lifshitz non si lascia dunque sedurre dalle sirene del sensazionalismo a buon mercato, ma si lancia senza rete di protezione nell’esplorazione dei corpi, che divengono, una volta tanto, vero specchio dell’anima; un’anima, quella del film, sottilmente fassbinderiana (come non pensare a un Querelle de Brest rovesciato?) nel suo esporsi senza mezzi termini, nel costituirsi come identità attraverso la pura ricostruzione fenomenologica delle dinamiche del desiderio: come se, in nome di ciò, le identità sociali si dissolvessero e divenissero pura ostentazione di status.
In un film che sembra scorrere come acqua cheta, le brusche incursioni nel territorio della sessualità risultano realmente perturbanti nella loro secchezza, ma anche nella loro “naturalezza”. Verrebbe da dire, avendo a disposizione un paradigma più preciso e dettagliato, che raramente al cinema l’attrazione omoerotica è stata rappresentata con tanta “verità”. Di sicuro, Les Terres froides possiede quell’umana, imperfetta autenticità, sempre più rara nel cinema odierno, di chi ha ancora il coraggio di fare cinema investendo nella propria opera parte della propria vita e del proprio mondo. Proprio come predicava (nel deserto) il mai troppo compianto Maurice Pialat (e Pasolini, e Fassbinder, e…). Un plauso al coraggio di Lifshitz, nella speranza che non perda per strada la sua genuina purezza (beh, insomma, qualche avvisaglia c’è già stata, ma la speranza è l’ultima a morire…).

da http://www.cinemavvenire.it/articoli.asp?IDartic=2089

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