Dalla rassegna stampa Cinema

LE REGOLE DELL’ATTRAZIONE - Tre vite sbagliate all’università

…C’è Paul (Ian Somerhander), gay cinico e libertino di buona famiglia (e choccante sarà la scena al bar con la madre – Faye Dunaway – la di lei amica e suo figlio ancora più «out»)…

Forse per la scabrosità del tema (il divieto ai minori di 14 anni pare poco), o forse perché negli Usa non ha avuto grande accoglienza, ha dovuto attendere due anni prima di arrivare nelle sale italiane «Le regole dell’attrazione», tratto dall’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis, opera seconda di Roger Avary, regista di matrice tarantiniana (ha collaborato ad alcune sceneggiature tra cui quella di «Pulp fiction») esploso nel 1993 con il crudo e sanguinoso «Killing Zoe». In effetti, come già dimostrato da «American psycho», la scrittura di Easton Ellis perde molto nel travaso sullo schermo per la struttura antinarrativa e l’andirivieni di avvenimenti che sulla pagina esprime follie e inquietudini in clima di allucinazione (o di allucinogeni?). Lo stesso capita appunto per questa storia che, riassunta alla spiccia, potrebbe essere scambiata per l’ennesima variazione dei college movie scollacciati, ma che fra sesso, droga, rock e suicidi in realtà esprime disperazione e smarrimento dei futuri membri della società. C’è Laureen (la Sossamon) che è rimasta vergine (a parte il sesso alla Clinton cui la costringe un professore) nell’attesa di Victor, partito per un viaggio in Europa (che un sunto schizzato alla Kubrick di «Arancia meccanica» si rivela un tour di pasticche e accoppiamenti fugaci). C’è Sean (Van Der Beek) che traffica in droga, ma non paga lo spacciatore che gliela fornisce rischiando una dura punizione, ama invano Laureen ed è concupito da tante ragazze, tra cui una che disperata si suiciderà. C’è Paul (Ian Somerhander), gay cinico e libertino di buona famiglia (e choccante sarà la scena al bar con la madre – Faye Dunaway – la di lei amica e suo figlio ancora più «out»). Giovani per i quali si apparecchia un destino di infelicità come mostra l’inizio del film con tre episodi che si riavvolgono temporalmente a ritroso per risalire all’inizio dei corsi e proporre storie di cui si sa, ma non del tutto, la conclusione. Utilizzando attori molto fisici e ricorrendo talora allo schermo diviso (efficace il lungo split screen che precede l’incontro in corridoio tra Lauren e Sean), Avary, pure sceneggiatore, crea un film crudo a forti tinte troppo sconvolgente per essere ironico e troppo distaccato per coinvolgere.

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