Dalla rassegna stampa Cinema

ALMODOVAR - IL RITORNO DEL REGISTA

Madrid. Giovedì, il giorno della strage di Madrid, Pedro Almodovar aveva annullato la prima mondiale del suo ultimo film, «La mala educación», in segno di rispetto per le vittime. E anche perché, dice, «non c’era animo per nulla che non fosse il pianto e il lutto»…

Madrid. Giovedì, il giorno della strage di Madrid, Pedro Almodovar aveva annullato la prima mondiale del suo ultimo film, «La mala educación», in segno di rispetto per le vittime. E anche perché, dice, «non c’era animo per nulla che non fosse il pianto e il lutto». Ma ieri mattina non ha voluto mancare all’appuntamento con Madrid, che tenta faticosamente di recuperare la normalità, per celebrare con la presentazione della sua opera una città risorta dalle ceneri dei feroci attentati con un immenso slancio di solidarietà e partecipazione «alla nuova stagione per la democrazia» aperta dal governo socialista di Zapatero.
Circondato dalla sua gente, quelli della casa produttrice El Deseo con suo fratello Augustín in testa, e accanto Fele Martínez, Javier Cámara, Daniel Gimenez Cacho, Francisco Boira, gli interpreti del film (manca il protagonista Gael Garcia Bernal, impegnato all’estero), dopo la proiezione il regista viene accolto da una selva di cameraman e giornalisti nella sala dei Cines Avenida, sulla Gran Vía. Il film, che aprirà il festival di Cannes, è la storia di due bambini, Ignacio ed Enrique, che conoscono l’amore, il cinema e la paura, abusi sessuali e ipocrisia, in un collegio religioso all’inizio degli anni ’60. Padre Manolo, direttore del collegio e professore di letteratura, è testimone e parte di questa scoperta. I tre personaggi tornano a incontrarsi altre due volte, alla fine degli anni ’70 e nell’80. Un incontro che segnerà la vita e la morte di alcuni di loro.
Almodóvar, che ha sempre negato che il film fosse autobiografico, ora dice: «Lo è, ma in un senso più profondo. Ho trascorso tre anni come interno in un collegio religioso e altri tre come esterno. Ma non racconto aneddoti del mio passato. Questo è sicuramente il mio film più personale, nel quale sono rappresentato interamente, il mio cuore c’è tutto». Nella storia sono riflesse le due epoche che maggiormente hanno segnato la vita dell’ex enfant terrible del cinema spagnolo: «Gli anni Settanta, quelli del collegio, che ricordo come quelli bui della dittatura; e gli anni Ottanta, quelli della risacca della movida madrilena, pieni di luci, colori e libertà».
Insomma, padre Manolo non esiste nella realtà, sebbene per alcune scene, come quella degli abusi nel fiume e nella sacrestia, appena intuiti, il regista dica di essersi ispirato al racconto di due amici di scuola. Ma le polemiche che susciterà il film negli ambienti ecclesiastici, con la denuncia delle scabrose pratiche pedofile, sono assicurate. «Padre Manolo – insiste il regista – è un personaggio, non un’arma contro la Chiesa cattolica, che non mi interessa perché, disgraziatamente, sono agnostico. Padre Manolo e il suo prolungamento, il signor Berenguer, sono elementi che mi permettono di mostrare due dei molteplici volti della passione. Quando padre Manolo è interpretato da Daniel Gimenez Cacho, la passione che sente per il bambino e il suo abuso di potere fanno di lui un carnefice. Quando si fa chiamare signor Berenguer ha già lasciato l’abito talare e si innamora di Juan, lo stesso terribile personaggio gioca il ruolo opposto nella roulette della passione, si trasforma in vittima».
Almodovar condanna quegli abusi come una «mostruosità» da mettere a nudo senza pietà: «È vergognoso, si dice sempre che ciò di cui non si parla non esiste, e la Chiesa da questo punto di vista è esplicita. Giovanni XIII parlò degli abusi, che già all’epoca si commettevano, ma raccomandando il silenzio. Un atteggiamento terribile».
Come aveva fatto in «La legge del desiderio», Almodovar mette in scena un transessuale, che entra nella chiesa del collegio dove studiò da bambino. E come in quel film, anche ne «La mala educación» uno dei personaggi è un regista cinematografico: «Sì – dice – confonde i suoi desideri personali con il lavoro e alla fine paga un prezzo molto alto per questo. Mi ha sempre interessato la storia dell’artista che lavora con le viscere, è un’avventura affascinante che finisce sempre male». Pesca negli angoli più profondi dell’animo umano questo noir delle emozioni, come dice il regista, «fatto per commuovere» in un tono molto distante dalla luce, dai colori e dall’ironia ai quali Almodovar ci aveva abituati. «Il mio cinema sta cambiando – spiega il cineasta premio Oscar – i toni sono più sfumati, e in questo film non c’è spazio per l’umorismo. Mi interessano le passioni che spingono l’essere umano a rischiare e a pagare un prezzo altissimo per le sue scelte. Non c’è nulla che faccia sentire un regista più simile a Dio come la possibilità di mettere i personaggi davanti a situazioni limite e poi lasciarli liberi di scegliere il proprio destino».

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