Dalla rassegna stampa Cinema

Quando amare (e lasciarsi) non significa matrimonio

Il film spagnolo “A mia madre piacciono le donne” ripropone con intelligenza il rapporto sentimento-istituzione

Nell’occidente avanzato i sentimenti, in vari casi, si stanno allontanando dalle istituzioni: in particolare il sentimento amoroso, il quale reclama completa autonomia e non vuole, ormai, essere identificato con l’istituzione matrimoniale. In altre parole: si sta insieme quando c’è l’amore, ci si separa quando l’amore non c’è più, o si constata – sia pure in ritardo – che non c’è mai stato.
Questa regola – che potrebbe apparire ovvia – ha richiesto secoli per essere accolta e la sua applicazione concreta è ancora difficile. Nel passato il sentimento veniva regolarmente sacrificato alle esigenze dell’istituzione.
Ciò significava che chi era legato da vincolo matrimoniale doveva accettare la disciplina corrispondente, anche se non amava affatto il coniuge e amava un’altra persona. L’omosessualità veniva in ogni caso considerata out e, sia nell’ambito matrimoniale come fuori, non era considerata fonte legittima di sentimento.
Un film spagnolo programmato in questi giorni si occupa con intelligenza della problematica in questione. Suo carattere è la sostanziale assenza di dramma nei protagonisti di situazioni un tempo considerate antisociali; sconcerto morale nasce invece dall’opposizione di terzi all’autorealizzazione di chi prova in cuor suo qualcosa di autentico.
A mia madre piacciono le donne, film spagnolo di Daniela Fejerman e Inés Pàris, racconta un fatto semplice e profondamente umano: una donna matura (pianista affermata) che ha avuto tre figlie da un marito non amato, si scopre lesbica; incontra infatti una giovane pianista cèca, con cui intreccia una relazione tenera e appassionata. Tutto il film ruota sull’opposizione delle tre figlie – che scoprono il legame con molta preoccupazione – verso la madre. La banalità della loro offensiva – anche da parte della più sensibile, la bella Leonor Watling, che sente in sé un grande bisogno d’amore ma non riesce ad esternarlo (incappando in una serie di goffaggini verso un giovane scrittore che le vuole bene) – rischia d’incrinare il sentimento reale che unisce la madre alla più giovane pianista straniera. Ne nascono dolorose incomprensioni, dalle quali si deduce come sia facile ferire con incauti comportamenti una persona che sente qualcosa di profondo, procurandole tormenti morali, per ragioni di mera opportunità sociale. Appare chiaro nel film come i legami familiari siano spesso portatori di ostilità e cattiveria; da parte di chi, credendo di volerci bene, ci colpisce nella sfera per noi più essenziale. La cosa è più grave in un’epoca in cui anche i legami in età avanzata sono diventati estesi e comuni.
Un deus ex machina dell’ultimo momento riconduce la vicenda ad una ricomposizione che riguarda anche le figlie, proprio quando la gentile praghese – inopportunamente insidiata dalla figlia più brillante della matura donna – era già tornata, molto tristemente, nella città cèca. Di lei le tre incaute figlie vogliono alla fine il ricupero. La soluzione un po’ rocambolesca non elide, tuttavia, il senso forte e veritiero del film, in cui il sentimento è fin dall’inizio destinato da una logica moderna a vincere sulle convenienze.
Chiunque guarda questo genere di commedie, nel quale si sente l’influenza di Almodòvar, dovrebbe riflettere sul dolore di chi ama sinceramente e si vede contrapporre le meschinità acefala d’un costume arretrato. Per cui la morale che se ne ricava è la seguente: chi ha un amore vero (qualunque siano le sue inclinazioni sessuali) si tenga quest’ultimo, e mandi al diavolo quelli che, per stupido opportunismo sociale, hanno da ridire sul modo cui egli gestisce la propria sfera intima.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.