Dalla rassegna stampa Cinema

Almodovar, che bel set è Madrid

…Una città a cui deve tutto: la presa di coscienza di essere gay, le amicizie più autentiche, il successo…Tutte le sere con calze a rete nere, veramente kitsch, capelli cotonati e occhi bistrati mi esibivo in locali underground e concerti rock e punk…

IL REPORTAGE Il regista è stato conquistato trent’anni fa dal fascino naturale e artistico della capitale spagnola
«Ma per il mio film sugli abusi in un collegio sono tornato in Estremadura»

Bisogna prendere el metro e scendere alla stazione di Ventas. Due rampe di scale e ci si trova di fronte alla monumentale Plaza de Toros, dove alle “cinco de la tarde” i madrileñi rinnovano, durante la “temporada de toros”, i riti sanguinari della corrida.
Attraversata la piazza, sulla sinistra inizia un lunga strada in leggera salita. È Calle Francisco Navacerrada. Silenziosa, bordata di case a tre e quattro piani dalle atmosfere borghesi. Al numero 24 il perbenismo e l’uniformità di questo angolo appartato di Madrid è infranto. Qui Pedro Almodòvar ha aperto la sede della sua casa di produzione, El Deseo. Quattro piani di superfici specchianti in acciaio e cristalli con arredi postmoderni pastello e caramellosi. Fra pannelli e mobili rosa, azzurro, giallo, arancio e verde acqua lavorano sorridenti fanciulle in fiore e pochissimi uomini. Deus ex machina è lui. Tutto qui “habla de Pedro”.
Icona della Spagna postfranchista e leader della movida madrileña, Pedro Almodòvar, nato nel 1951 a Calzada de Calatrava, paesino della Mancha nella provincia di Ciudad Real, il cui cognome di origine araba significa “il conquistatore”, è arrivato a Madrid agli inizi degli anni Settanta. Lavorava alla Telefónica, compagnia dei telefoni, in uno dei grattacieli della Gran Vía, e da allora si è innamorato perdutamente di Madrid.
Una città a cui deve tutto: la presa di coscienza di essere gay, le amicizie più autentiche, il successo. In altre parole tutta la sua vita, simile a un film di Fred Astaire, dove il giovane protagonista arriva da un oscuro paesino della provincia e diventa un uomo di successo. «E’ vero. Madrid è stata il mio palcoscenico fin da quando non mi occupavo ancora di cinema. Tutte le sere con calze a rete nere, veramente kitsch, capelli cotonati e occhi bistrati mi esibivo in locali underground e concerti rock e punk – spiega Almodovar – specialmente al Rockola, a quei tempi il tempio della musica alternativa. Furono anni di follia trasgressiva e profondamente creativa. Poi mi sono dedicato al cinema e Madrid è divenuta il set preferito delle mie pellicole». «Molte scene di “Carne Tremula” sono state girate alla Puerta del Sol, in Calle Alcalá, in Calle Sevilla e nella zona delle torri di cristallo pendenti – dice ancora – El Rastro compare in “Todo sobre mi madre”. Alcune sequenze di “Kika” sono ambientate nel Círculo de Bellas Artes e nella Stazione di Atocha. Nella zona attorno a Calle Fuencarral sono state realizzati alcuni passaggi salienti di “Cosa ho fatto io per meritarmi questo” e di “L’indiscreto fascino del peccato”. Dal balcone di Pepa, interpretata da Carmen Maura, attrice che ho amato moltissimo, protagonista di “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, si vedono i grattacieli della Gran Vía, fra cui quello della Telefonica dove ho lavorato per molti anni».
«In “Matador” compaiono il Viaducto de las Vistillas, da dove si sono suicidati tanti madrileni, quando il torero, Diego Montes, insegue il suo grande amore, Maria Cardenal, e il parco di La Casa de Campo, con le sue prostitute. Nelle stradine di Chueca, Ricky, impersonato da Antonio Banderas, protagonista di “Légami”, andava a cercare una dose di eroina per Marina, Victoria Abril».
Il cinema del regista di “Hable con ella”è lo specchio fedele della sua personalità ed è l’iperbole barocca e provocatoria della sua complessa esistenza. «Immaginazione sfrenata, passioni esaltanti, trasgressione e impulsività sono le costanti dei miei personaggi perché fanno parte integranti della mia personalità. Tutte le mie pellicole sono autobiografiche» continua Almodóvar «anche il mio ultimo film “La mala educación”, che spero venga distribuito nella prossima primavera. Racconta la storia di Szara, interpretato dall’attore messicano Gael García Bernal, un travestito che ha passato la sua infanzia in un collegio salesiano negli anni Sessanta, dove ha subito abusi sessuali da parte di un religioso. Si tratta di un episodio traumatico di pedofilia che l’ha segnato profondamente. E’ dal 1997 che penso e lavoro a questa storia. Un film che mi è cresciuto fra le mani. Si è dilatato e dura quasi due ore».
Come da copione, non sono mancate polemiche e difficoltà. Almodóvar ha tentato di girare parte delle scene nel collegio di San Antonio a Cáceres, borgo storico dell’Estremadura, dove aveva studiato come interno nel 1965, ma la comunità religiosa non ha dato il permesso. I tabù sono difficili da superare.

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