Dalla rassegna stampa Cinema

FASSBINDER, LIEBE IST KALTER ALS DER TOD

…da un lato il rapporto tra Bruno e Franz, la cui attrazione fisica è mediata dalla figura femminile di Joanna, una relazione triangolare fatta di piccoli riti quotidiani…

Con Liebe ist kälter als der Tod si inaugura la prima fase del cinema di Fassbinder. Una stagione caratterizzata da uno stile asciutto e rigoroso, da una messa in scena scarnificata che in parte risente dell’esperienza teatrale del regista tedesco, dall’interesse per i generi cinematografici (il gangster film soprattutto) totalmente rimodellato in direzione di un’estetica post-nouvelle vague, filtrata da una sensibilità molto personale e originale.
Due sembrano i numi tutelari di questo Fassbinder prima maniera: Jean-Marie Straub, cui il film è esplicitamente dedicato, e Jean-Luc Godard. Liebe ist kälter als der Tod è composto da interminabili inquadrature fisse, da lunghe carrellate laterali o all’indietro, da continui décadrages, ovvero svuotamenti di campo, che rendono così ancor più metafisico lo spazio dell’azione. Un’azione dilatata, accompagnata da dialoghi rarefatti e stranianti, che rendono i personaggi quasi assenti dalla scena cinematografica, imprigionati in un altrove filmico, divisi tra i due livelli della narrazione: da un lato il rapporto tra Bruno e Franz, la cui attrazione fisica è mediata dalla figura femminile di Joanna, una relazione triangolare fatta di piccoli riti quotidiani; dall’altro gli avvenimenti criminosi, i morti ammazzati, gli interrogatori della polizia. Non si comprende bene, in realtà, se Fassbinder ci creda davvero nella trama o la ritenga un pretesto, una somma di schemi narrativi tipici che tra l’altro replicherà in Götter der Pest (in qualche modo una prosecuzione Liebe ist kälter als der Tod).
I protagonisti del film accusano un po’ lo stesso senso di melanconia che contraddistingue i gangster di Melville, tutti votati alla morte, con la differenza che Franz e Bruno vivono in uno stato di maggiore inadeguatezza e si muovono quasi per inerzia (lo scrittore Peter Handke in una recensione al film ha usato il termine di «sonnambulismo»), in un mondo freddo, privo di emozioni, sprofondando nel biancore infinito degli interni, che serve a volte da fondu naturale per i raccordi da una scena all’altra. Anche se il tragico epilogo ricorda un po’ la conclusione fatale di A bout de souffle o ancor più il finale disarticolato di Vivre sa vie, i personaggi di Fassbinder non hanno certamente lo spirito anarchico che anima le figure dell’universo godardiano. I miseri eroi di questo melodramma anemico di RWF, come suggerito dallo stesso regista, sono «poveracci, che non riescono a combinare nulla, che non hanno nessuna chance, che non hanno mai avuto la possibilità di imparare qualcosa».
Bruno Di Marino

da cut-up.net

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